Ciao 2018, è stato bello (ma non troppo)

Prima che l’Epifania si porti via tutte le feste, voglio dare un ultimo sguardo all’anno appena concluso. Un blog serve anche a questo: tenere traccia di avvenimenti e impressioni, per poterli richiamare alla memoria quando mi va.

Anche nel 2018, il mio primo pensiero dell’anno è stato rivolto al recente passato: era fresca la memoria dell’ultimo capitolo della saga di Guerre Stellari, uscito al cinema in dicembre e commentato su FantasyMagazine soltanto dopo che tutti quelli che dovevano vederlo l’avevano visto. Ancora non lo sapevo, ma i dodici mesi successivi sarebbero stati piuttosto avari di film memorabili – in tutto l’anno si parla solamente di altri tre film sul mio sito: Il giovane Marx, Solo A Star Wars Story (ovviamente) e la vera sorpresa del 2018, One Cut of the Dead. È questo, senza alcun dubbio, il mio preferito fra tutti i film usciti quest’anno.

Alla fine di gennaio un grave incidente ferroviario si verificava a Pioltello, alle porte di Milano: rimanevano uccisi tre passeggeri, pendolari della linea Cremona-Milano, e altri quarantasei rimanevano feriti. A quanto pare, il deragliamento era stato causato da un guasto sui binari: la scarsa manutenzione delle infrastrutture è un effetto collaterale della privatizzazione di servizi pubblici come il trasporto. Ce ne saremmo accorti ancora più tragicamente nel mese di agosto, con il crollo del ponte Morandi a Genova. Nelle prime settimane dopo il disastro si parlava apertamente della necessità di espropriare i concessionari privati e nazionalizzare i servizi pubblici. Il governo, dopo aver inizialmente cavalcato l’indignazione popolare ventilando la revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, si è nuovamente calato le braghe davanti agli interessi dei privati.

Il governo, già. Il 4 marzo siamo andati a votare: io, per la prima volta nella mia vita alle elezioni politiche, ho potuto votare in modo assolutamente e totalmente convinto, senza dubbi o riserve. Dopo una dura campagna per la raccolta delle firme, Sinistra Rivoluzionaria (“cartellino” elettorale costituito da Sinistra Classe Rivoluzione e Partito Comunista dei Lavoratori) è riuscita a presentarsi alle urne in circa metà dei collegi. Abbiamo raccolto circa trentamila voti, pari a circa lo 0,2% in media dove ci siamo presentati. Poco? Pochissimo se li contiamo con il metro della democrazia parlamentare; ma un numero notevole se pensiamo a quante persone hanno potuto ascoltare le idee e le parole d’ordine di un’organizzazione che conta poche centinaia di militanti: ognuno vale mille.

Ma non nascondiamocelo: le elezioni del 2018 non passeranno alla storia per il risultato di Sinistra Rivoluzionaria. Passeranno alla storia invece come le elezioni in cui i partiti tradizionali di riferimento della classe dominante, PD e Forza Italia, sono stati spazzati via. Il disorientamento è stato tale che per riuscire a formare un governo si è dovuto attendere tre mesi, fino al 5 giugno in cui hanno giurato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i ministri espressi da M5S e Lega: tre mesi di tira e molla e colpi di scena continui, con interventi a gamba tesa del Presidente della Repubblica e invasioni di campo dei banchieri europei, salvataggi sulla linea di porta e tentativi di contropiede di Renzi e Berlusconi. Non si può dire che non sia stato avvincente.

A distanza di sette mesi, il governo gialloverde si è comportato esattamente come previsto. Pallide modifiche di facciata alle più spudorate riforme dei governi Monti e Renzi sbandierate come conquiste epocali (su tutte, il Decreto Dignità di cui ho scritto sia dopo la prima versione elaborata dal governo, sia dopo quella definitiva approvata dal Parlamento); grandi strepiti contro i poteri forti e puntuali calate di braghe di fronte alle ire del padronato e alle reprimende dell’Unione Europea (il balletto sulla concessione ad Autostrade mai revocata, il tira e molla sul deficit di bilancio concluso con il patetico trucco del 2,04% e le mostruose clausole di salvaguardia che in confronto la spada di Damocle era uno stuzzicadenti); nel mentre, l’unico provvedimento di una certa rilevanza approvato dal governo, il Decreto Sicurezza, non è che un giro di vite repressivo che getta nella disperazione i più deboli della nostra società, al grido disumano di La pacchia è finita.

Al 6 di gennaio, ancora nessuna traccia scritta del decreto sul “reddito di cittadinanza“, di cui avevo scritto poco dopo le elezioni: secondo le ultime dichiarazioni dovrebbe essere distribuito a non si sa bene chi né a quali condizioni a partire dal prossimo aprile. Ogni settimana che passa diventano un po’ meno i destinatari e gli assegni: vedremo che cosa rimarrà alla fine, rispetto a quanto era stato promesso.

Anche su un fronte che può sembrare secondario, ma ha una rilevanza economica fondamentale, ossia quello dell’azzardo liberalizzato, il governo si è comportato secondo lo stesso paradigma: strepiti, riforme modeste e braghe calate: ne ho scritto con i compagni del Collettivo Senza Slot in luglio a proposito delle misure contenute nel Decreto Dignità, la musica è peggiorata ulteriormente con la manovra finanziaria, che prevede un ulteriore aumento del gettito fiscale, tra l’altro aumentando la velocità media con cui le macchinette fanno perdere soldi: l’ennesima tassa che colpisce il “giocatore” compulsivo più del banco.

Quel che non ha fatto il governo con il suo blando Decreto Dignità sul fronte delle riforme del lavoro, l’ha ottenuto invece almeno in parte la Corte Costituzionale con l’attesissima sentenza sulle tutele crescenti di renziana memoria. La pronuncia del 25 settembre 2018 ha scardinato l’impianto fondamentale del Jobs Act in materia di licenziamenti illegittimi, dichiarando incostituzionale la norma che prevedeva il meccanismo automatico di quantificazione del risarcimento del danno in base all’anzianità di servizio. Come ho cercato di spiegare anche dopo la pubblicazione delle motivazioni, d’ora in poi anche gli assunti dopo il marzo 2015, se saranno licenziati ingiustamente, potranno sperare di ottenere un risarcimento del danno non puramente simbolico; soprattutto, le imprese non potranno mai sapere in anticipo quanto dovranno pagare se intendono licenziare un dipendente senza motivi legittimi, con il conseguente almeno parziale effetto deterrente. Qualcosina in effetti ha cominciato a cambiare.

Già in precedenza, in aprile, la Corte Costituzionale aveva reso un buon servizio alla società ripristinando la facoltà del giudice di compensare le spese di lite anche quando dà torto al lavoratore: un piccolo pezzetto di civiltà che consente ai lavoratori di non doversi fare troppi conti in tasca quando decidono – comunque coraggiosamente – di cercare di far valere i propri diritti in tribunale.

Ma non bisogna fidarsi troppo dei giudici: non è nelle aule dei tribunali che si combattono le battaglie decisive. Ce l’ha ricordato il Tribunale di Torino (e poi anche quello di Milano, qualche mese dopo), quando in maggio ha respinto il ricorso dei rider di Foodora, dichiarandoli in tutto e per tutto, contro ogni esperienza empirica, dei lavoratori autonomi. E ce l’ha confermato la Corte di Cassazione quando in luglio ha dichiarato legittimo il licenziamento dei lavoratori che avevano messo in scena, nel 2014 dopo il suicidio di una loro collega e compagna di lotta sindacale a seguito del licenziamento da parte della FIAT, il finto suicidio di Sergio Marchionne. Ironia della sorte, Marchionne è morto per davvero, nelle stesse settimane della sentenza.

Sorte migliore di quei lavoratori è capitata per fortuna, in tribunale, al mio postino cottimista, con la cui sentenza ho voluto festeggiare un anno e mezzo di indipendenza professionale.

Con il mio ormai consueto raccontino natalizio su Carmilla si è chiuso questo 2018 che ormai se n’è andato: non un anno bello, ma sicuramente interessante. Il 2019, ne sono certo, è pronto a sorprenderci.

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