Sciopero generale!

Qualche settimana fa l’ISTAT ha aggiornato il suo calcolatore delle soglie di povertà assoluta con i dati dell’anno 2025. Ecco, regione per regione, la soglia di reddito mensile netto che un individuo adulto che abiti in un’area metropolitana deve aver percepito nel corso dell’anno per potersi considerare non assolutamente povero:

Puglia: 845,80 €
Piemonte 933,10 €
Sicilia 834,61 €
Campania 854,39 €
Sardegna 942,92 €
Liguria 952,23 €
Lazio 1.105,82 €
Veneto 1.114,39 €
Toscana 1.119,21 €
Emilia – Romagna 1.198,09 €
Lombardia 1.257,21 €

Incrociando questi dati con quelli contenuti nel più recente rapporto annuale dell’INPS, si ottengono informazioni interessanti, in particolare nel paragrafo dedicato al confronto tra retribuzioni annuali e inflazione.

Ancora nel 2025, la retribuzione lorda annuale del 20simo percentile dei lavoratori dipendenti pubblici e privati era pari a poco più di 10mila euro: dunque il 20% dei lavoratori dipendenti percepisce un reddito ben al di sotto della soglia di povertà individuale in gran parte del territorio nazionale. Il dato naturalmente comprende tutti i lavoratori (non agricoli), quindi compresi quelli con orario part time, e il confronto con la soglia di povertà è soltanto indicativo perché ovviamente non tiene conto dei nuclei familiari costituiti da più adulti lavoratori, né di eventuali redditi non da lavoro.

Rimane comunque un’indicazione significativa, anche perché una quota non piccola di lavoratori a tempo parziale, soprattutto tra le donne, sono part time involontari (quasi il 13% delle lavoratrici nel 2025).

Numeri più precisi riguardano però la crescita dei salari rispetto all’inflazione nel periodo dal 2019 al 2025. Riferisce l’INPS che in questo lasso di tempo l’inflazione reale è stata superiore al 19% (tra il 18,2% dell’indice FOI e il 20,5% dell’indice IPCA) e subito precisa che “si tratta, in entrambi i casi, di misure sensibilmente maggiori rispetto a quanto osservato per la dinamica delle retribuzioni lorde“.

Il divario maggiore riguarda i redditi più bassi, con il decimo percentile che ha avuto una crescita del 10,2% (ossia circa la metà dell’inflazione) contro il 14,8% del novantesimo percentile. In parole povere, proprio nel periodo in cui i salari hanno maggiormente perduto potere di acquisto, la disuguaglianza è cresciuta ulteriormente.

Va detto che almeno in parte la perdita di potere di acquisto è stata contenuta da incentivi fiscali e contributivi statali. Il che peraltro significa che a pagare il conto di redditi troppo bassi è stata la collettività, non il padronato che ha usufruito di lavoro a basso costo senza pagare dazio.

Per quanto non abbia alcuna valenza statistica, io ancora ieri ho depositato un ricorso per una quindicina di lavoratori, quasi tutti di origine egiziana, addetti al rifornimento degli scaffali in alcuni negozi milanesi di una nota catena di supermercati (ma dipendenti di una impresa appaltatrice), che fino a novembre 2025 percepivano una retribuzione lorda di 7 euro all’ora, ossia poco più di 5 euro netti.

Vero che da dicembre la loro retribuzione è stata elevata a poco più di 9 euro lordi all’ora: quanto basta per non poter ragionevolmente vincere una causa (anche dopo il decreto sul “salario giusto” dello scorso primo maggio), ma di sicuro non abbastanza per vivere dignitosamente a Milano.

Nella città in cui vivo risulta che, nel 2024 (anno dell’ultima rilevazione disponibile sul portale comunale delle statistiche), circa trecentomila persone, ossia il 30% dei contribuenti, avevano un reddito al di sotto dei 15mila euro annui, anche se il reddito medio è superiore a 40mila euro.

Anche questa è una statistica che va tarata – ci saranno sicuramente molti piccoli imprenditori che semplicemente dichiarano meno o anche molto meno del dovuto – ma per il resto ho pochi dubbi che la gran parte risiedano nelle periferie, come sembrano indicare le “mappe” dei redditi elaborate sui dati del ministero dell’economia.

Ogni retorica sul “merito”, sulle opportunità e, in definitiva, sulla democrazia, si scontra impietosamente con questa situazione, che è comune alle altre grandi città italiane e in larga parte comune con il resto d’Europa.

Difficile sorprendersi che il disagio provocato da tanta disuguaglianza, a lungo lasciato a bollire sotto un tappo di indifferenza, sia infine esploso con violenza.

Quel tappo è saltato, e la repressione delle istituzioni e gli attacchi dei media possono soltanto mettere ulteriore fuoco sotto la pentola.

Non può nemmeno stupire che questa esplosione non abbia seguito necessariamente i percorsi e i mezzi che “ci piacerebbero” di più, ma si sia espressa anche, sia pure da parte di piccole minoranze, nelle azioni di guerriglia urbana condannate da media e istituzioni con toni tra il feroce e il ridicolo.

Nella categoria del ridicolo rientra ad esempio un ufficiale di polizia intervistato da una trasmissione televisiva in onda qualche giorno fa, che spiegava come debba esserci necessariamente una regia occulta dei disordini, perché “i maranza” da soli non avrebbero la consapevolezza ideologica necessaria per conoscere il codice cifrato della frase All Cops Are Bastards, né per scandireTout le monde deteste la police, come i loro cugini francesi.

Nella categoria del feroce invece rientrano la campagna diffamatoria nei confronti dell’attivista Youssef Siher, portata avanti dal governo e dai media, ma più ancora le manganellate dei poliziotti contro gli studenti in corteo.

In tutto questo, francamente, poco male per le vetrine rotte nel centro di Milano.

Ma, altrettanto francamente, credo ci siano modi più efficaci per combattere le politiche del governo e in generale per lottare per una società più giusta. Lo sciopero generale di domani è uno di questi modi, ma soltanto se sarà il punto di partenza per una mobilitazione davvero generale e organizzata, che possa coinvolgere la maggior parte dei lavoratori e dei giovani e sia pronta a lottare fino in fondo per i diritti dei troppi deboli di questa società.

Io sarò in piazza domani per questa ragione, e credo che saremo in tanti, anche iscritti a quella Cgil che finora si è distinta perlomeno a Milano per aver convocato un presidio “per la coesione sociale”: come avrebbe commentato il mio antenato Raffaele, “dimenticando che fra capre e cavoli finiscono i trattati di alleanza con la perdita dei cavoli“.

Non è la coesione sociale che ci serve, ma la lotta di classe: che quello di domani sia solo il primo passo di questo cammino.

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