Contro il calcio dei padroni l’unica via è la rivoluzione

Tra le molte crisi che si stanno consumando in questi giorni (da quella climatica a quella migratoria), la meno importante – ma non per questo la meno seguita – riguarda la governance del calcio mondiale.

A scatenarla è stato, pochi giorni fa, il piano del presidente della FIFA Gianni Infantino di “privatizzare” i futuri mondiali di calcio, rivelato dal quotidiano britannico The Times.

Mentre ancora stavo terminando questo post, il piano è stato già ritirato dopo la levata di scudi di UEFA e altre federazioni calcistiche continentali, e le prese di posizione di alti dirigenti della stessa FIFA. Prevedeva la creazione di una società commerciale, del valore stimato in 20 miliardi di dollari, che avrebbe controllato l’organizzazione e lo svolgimento delle principali competizioni internazionali di calcio, le cui quote sarebbero state vendute a investitori privati.

Si sarebbe trattato di uno strumento per svuotare di potere gli attuali organismi internazionali, e in particolare le federazioni calcistiche continentali, e facilitare l’approvazione di una serie di misure fortemente controverse, come l’allargamento dei mondiali di calcio a 64 squadre e, soprattutto, il loro svolgimento con cadenza biennale invece che ogni quattro anni, il tutto con l’obiettivo di aumentare esponenzialmente ricavi e profitti.

Infantino aveva intenzione di proporre questo piano alla prossima assemblea della FIFA, e avrebbe promesso a ognuna delle federazioni nazionali che l’avessero sostenuto, in caso di approvazione, finanziamenti fino a 20 milioni di dollari.

Si è scontrato con l’immediata levata di scudi della UEFA oltre che delle federazioni asiatica e (ironicamente) centro e nordamericana, autoproclamatesi paladine della “purezza del gioco”. Al grido di “La Coppa del Mondo non è in vendita“, le federazioni europee in particolare hanno annunciato l’intenzione di boicottare tutti i tornei organizzati dalla FIFA fino a quando la proposta di Infantino non fosse stata abbandonata e finché “non vengano fornite garanzie vincolanti che la Fifa non aprirà mai più la sua governance o le sue competizioni alla proprietà privata“. Su questa stessa falsariga si sono schierati i principali leader politici europei, a partire dal fresco Primo Ministro britannico Andy Burnham.

Naturalmente è un bene che il piano di Infantino sia naufragato ancora prima di prendere il largo. Ma è importante comprendere che anche senza quest’ultima proposta il calcio già da tempo è stato “privatizzato” e trasformato in merce.

A questo riguardo il cuore del comunicato della UEFA è totalmente condivisibile:

The moment external investors acquire ownership interests in FIFA competitions, football changes forever. Commercial return becomes a permanent obligation. Investor expectations become a daily pressure. From that moment onwards, every decision on the international calendar, every decision on competition formats and every decision shaping the future of football is no longer driven by what best serves the game, but by what best serves shareholders.

This model has no place in world football. Football’s future cannot be dictated by the expectations of those whose first duty is to maximise financial return. Nor can the interests of national associations, leagues, clubs, players and supporters become subordinate to investor returns. Football cannot mortgage its future for financial gain.

Peccato che trasudi ipocrisia da ogni riga.

Tutte le principali società di calcio (compresa la mia Atalanta) sono società di capitali a scopo di lucro direttamente o indirettamente controllate da fondi di investimento che non hanno alcun legame o interesse alla loro storia e al loro prestigio, né tantomeno ai loro tifosi, se non quello di massimizzare i profitti.

Se ne accorgono tifosi e appassionati quando per seguire la loro squadra sono costretti a spendere prezzi sempre più folli per un seggiolino allo stadio o un abbonamento alla pay-tv (per poi scoprire che per poter vedere tutte le partite in televisione di abbonamenti devono farne tre diversi).

Il calcio non è in vendita – gridano oggi i presidenti delle federazioni – ma allo stesso tempo federazioni e società calcistiche sono costantemente alla ricerca di nuovi modi per vendere agli sponsor ogni singolo spazio fisico o virtuale legato al gioco, come dimostra anche, in Italia, l’annosa battaglia di Federcalcio e Lega Calcio contro il divieto di sponsorizzazioni da parte delle agenzie di scommesse. Una battaglia che, per inciso, rende ancora più ipocrita la scelta di affossare la (discutibile, ma per altre ragioni) candidatura di Andrea Pirlo a CT della nazionale a causa della sua sponsorizzazione a un’azienda di betting russa.

Anche quei pochi limiti imposti dalle istituzioni come il fantomatico Fair Play finanziario vengono costantemente aggirati o contrastati, mentre i regolamenti stessi sono cambiati negli anni con il solo scopo di rendere il gioco più appetibile per le televisioni: gli appassionati sono “fette di mercato” da conquistare rendendo lo sport il più possibile simile ai videogiochi.

Ma la vera “fetta di mercato” da conquistare sono proprio gli sponsor e i finanziatori, ed è precisamente questo l’interesse materiale dietro lo scontro tra UEFA e club da un lato e FIFA dall’altro. Il timore, del tutto fondato, è evidentemente che un maggior interesse economico intorno alle competizioni della FIFA, e il conseguente ampliamento di queste competizioni con l’allargamento dei mondiali e il raddoppio della loro frequenza, sottrarrebbero spazio e risorse alle competizioni organizzate dalla UEFA e ai campionati nazionali.

In altre parole, più soldi alla FIFA significherebbero automaticamente, di fatto, meno soldi da sponsor e televisioni per UEFA e squadre di club: è davvero così semplice, ed è esattamente la stessa questione che era stata al centro del conflitto scoppiato cinque anni fa tra UEFA e i grandi club europei che avevano annunciato il progetto della Superlega, ossia la creazione di una competizione privata a inviti fra top club che avrebbe soppiantato le coppe europee.

Non è un caso che in quel frangente la FIFA si fosse schierata contro quel progetto, al fianco della federazione europea, sventolando esattamente gli stessi principi che oggi vengono sbandierati da UEFA e club, altrettanto ipocritamente.

Come la Superlega, anche il progetto di Infantino è stato abortito. Le federazioni europee hanno un peso troppo grande – soprattutto in termini di appeal del “prodotto” calcistico e quindi di sponsorizzazioni – per poter pensare a una riforma della governance della FIFA senza il loro consenso. Come già accadde cinque anni fa tra UEFA e top club, è anche verosimile che la resa sia accompagnata da una qualche forma di compromesso che consenta una spartizione diversa della torta.

Ciò che renderà la trattativa più complicata è l’aspetto più strettamente politico della vicenda, che si intreccia pesantemente con il conflitto puramente economico. Come la gestione dei mondiali americani ha reso evidente, i progetti di Infantino sono espressione diretta degli interessi dell’amministrazione USA, che a loro volta rispecchiano gli interessi materiali della famiglia di Donald Trump.

Non è un segreto infatti che tra i principali investitori coinvolti nel piano di privatizzazione dei mondiali ci sia il fondo Thrive Capital fondato da Joshua Kushner, fratello minore di Jared, a sua volta genero di Trump.

Jared Kushner, con il suo progetto per privatizzare e trasformare in resort di lusso la riserva naturale dell’isola di Sazan, è stato il detonatore della Rivoluzione dei Fenicotteri che da due mesi sta infiammando l’Albania. A scatenare l’indignazione e la rabbia dei cittadini è stata la privatizzazione di un bene comune e, di fatto, la sua distruzione per ottenere un profitto a vantaggio di pochissimi.

Se il progetto della FIFA fosse andato avanti, il fratellino sarebbe probabilmente riuscito a fare di meglio suscitando una rivolta mondiale contro i padroni del calcio, come del resto aveva provocato cinque anni fa il progetto della Superlega.

Ma se non sarà questa volta, sarà sicuramente in un’altra occasione, quando magari i vari padroni del calcio saranno posizionati su fronti ancora diversi nella stessa battaglia per la spartizione del bottino. Che accada presto o tardi è inevitabile, fintantoché esisterà il sistema capitalista.

Il capitalismo ha questa caratteristica, che lo rende diverso da tutti i modi di produzione che lo hanno preceduto: trasforma in merce tutto ciò che tocca, come una specie di Re Mida. Non c’è modo, dal suo interno, di porre dei freni a questo processo o di creare delle riserve in cui non possa agire, perché non è altro che il modo in cui funziona naturalmente, l’unico in cui può funzionare.

Come le riserve naturali, anche il calcio è un bene comune, perché ben prima di diventare una merce ha rappresentato e continua a rappresentare una passione collettiva genuina e popolare. Non è possibile renderlo fino in fondo un patrimonio privato, perché ad alimentarlo è proprio questa passione, che costituisce allo stesso tempo l’unico vero ostacolo alla sua completa e definitiva trasformazione in un passatempo per ricchi.

Ma la sua privatizzazione e mercificazione è un processo inarrestabile ed è sempre più vicino il giorno in cui questo ostacolo sarà superato: gli ultimi mondiali di calcio, con i biglietti da migliaia di dollari appannaggio di soli ricchi, ne sono la dimostrazione.

Letteralmente, FIFA, UEFA e le società private che controllano le squadre di club ci vogliono portare via definitivamente il pallone, e ci riusciranno se non glielo impediamo. Per farlo, l’unico modo è farla finita con il capitalismo.

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