Qualche settimana fa a una cena di compagni mi è capitato di sedere vicino a una funzionaria della Cgil. Verso fine serata una giovane insegnante, in procinto di essere finalmente assunta a tempo indeterminato, le ha chiesto consiglio su dove destinare il suo trattamento di fine rapporto. La funzionaria ha risposto senza esitare “Nei fondi pensione negoziali, così almeno guadagni qualche soldino“.
In effetti non ha fatto altro che seguire la linea nazionale del sindacato, che attraverso i suoi canali di informazione da tempo promuove in modo martellante la convenienza dei fondi pensione, purché siano quelli che co-gestisce e non quelli “concorrenti” interamente gestiti dai privati.
Una campagna che naturalmente si è intensificata con l’entrata in vigore delle nuove norme sulla destinazione del TFR, dallo scorso 1° luglio, che realizzano con un paio d’anni di ritardo il piano del governo di incentivare l’adesione ai fondi pensione.
Le novità riguardano, innanzitutto, il meccanismo del silenzio-assenso che viene reso ancora più truffaldino stringente: se in precedenza la destinazione al fondo pensione scattava dopo sei mesi, se in questo periodo di tempo il lavoratore non avesse espresso la scelta di mantenerlo in azienda, adesso la destinazione è immediata e automatica, e il dipendente ha soltanto sessanta giorni di tempo per revocarla.
Non solo. Insieme al TFR viene versata al fondo automaticamente e irreversibilmente anche una quota della retribuzione (attualmente lo 0,55% per il fondo Fon.Te. del settore commercio, l’1,2% per il fondo Cometa dei metalmeccanici), oltre a una quota analoga a carico del datore di lavoro: questa è l’unico, peraltro assai magro, miglioramento effettivo.
Come già in precedenza, le somme versate al Fondo e gli (eventuali) interessi maturati non sono riscattabili alla cessazione del rapporto di lavoro, se non in casi eccezionali, a differenza del TFR, ma soltanto al termine dell’intera carriera lavorativa.
La risposta della funzionaria – e così ovviamente la propaganda della Cgil che in questo non si distingue in nulla da quella del governo – è terribilmente sbagliata sia sotto l’aspetto prettamente materiale, sia sotto quello politico e sociale.
Non è vero che i fondi pensione sono più convenienti
Intanto ricordiamo che il TFR lasciato in azienda, per legge, si rivaluta annualmente di un tasso composto da una quota fissa dell’1,5% e da una quota variabile pari al 75% dell’inflazione. Questo significa che il TFR, che è a tutti gli effetti una quota della retribuzione, è ragionevolmente protetto, per legge, proprio dal rischio maggiore, ossia la svalutazione del capitale versato per effetto dell’inflazione. È anche importante sottolineare che il TFR, compresa la sua rivalutazione, è completamente garantito dall’INPS in caso di insolvenza del datore di lavoro: il rischio di perderlo in tutto o in parte dunque è zero.

Questo è un grafico dell’inflazione annua in Italia dal 1955 a oggi, dal sito Rivaluta.it. Anche senza scomodare i vertiginosi Anni Settanta e Ottanta, non più tardi di quattro anni fa il tasso era superiore all’8%. Dopo un calo negli anni successivi, è prevista per il 2026 una nuova risalita oltre il 3%, il che significa che per quest’anno il TFR lasciato in azienda avrà un rendimento di circa il 3,75%. Negli anni “peggiori” (che poi sono i migliori, cioè quelli in cui il costo della vita aumenta di meno) è comunque di circa il 2%.
Vediamo ora il rendimento dei fondi pensione, direttamente dal sito istituzionale della COVIP, ossia la Commissione di Vigilanza sui fondi pensione, e in particolare dalla Relazione per l’anno 2025:

Prendiamo in considerazione il rendimento medio sul periodo di dieci anni, che anche a detta dell’istituto è quello più significativo.
A fronte di un tasso di inflazione medio del 2%, il TFR lasciato in azienda si è rivalutato del 2,5% all’anno. Quello conferito ai fondi negoziali, ossia quelli co-gestiti dal sindacato, si è rivalutato del 2,4%, ma se consideriamo i fondi negoziali garantiti, cioè quelli in cui non si corre il rischio di perdere il capitale, il rendimento medio è stato soltanto dello 0,7%, ossia molto meno dell’inflazione. Per avere rendimenti pari o superiori a quelli del TFR in azienda occorre investire in fondi azionari, che sono però quelli più soggetti alle oscillazioni del mercato e, soprattutto non sono tutelati dal rischio di perdere il capitale investito.
Questa infografica, realizzata sempre dalla Commissione COVIP, è ancora più chiara:

“I risultati sono stati migliori per i comparti a maggiore contenuto azionario“. Non c’è da stupirsi: sono quelli che hanno un tasso di rischio notevolmente superiore. Del resto, altrove nel suo sito istituzionale la COVIP avverte in grassetto che “I rendimenti sono soggetti ad ampie oscillazioni; per questo è necessario valutarli in un’ottica di lungo periodo. I rendimenti realizzati nel passato NON sono indicativi dei rendimenti futuri: se un comparto ha conseguito risultati molto positivi in un determinato arco temporale, non vi è la certezza che negli anni a venire lo stesso continuerà a risultare ugualmente profittevole (e viceversa).“
È interessante notare che in linea generale la rivalutazione media del TFR è all’incirca direttamente proporzionale all’inflazione, precisamente grazie al meccanismo legale di indicizzazione. Invece il rendimento dei fondi pensione è all’incirca inversamente proporzionale, perché è collegato più o meno strettamente ai mercati finanziari: in tempi di crisi, l’inflazione è tendenzialmente alta e i mercati vanno tendenzialmente peggio; in tempi di (relativa) stabilità, l’inflazione rimane bassa e i mercati vanno meglio. La funzione del TFR, che dovrebbe essere un “paracadute” per i lavoratori che perdono o lasciano il lavoro, ne viene perciò completamente snaturata, a maggior ragione dal momento che capitale e rendite nei fondi non sono riscattabili prima della pensione, a differenza del TFR lasciato in azienda o all’INPS.
Per intenderci, nell’anno 2022, quando anche a causa dello scoppio della guerra in Ucraina i titoli azionari erano crollati, i fondi azionari, negoziali o aperti che fossero, avevano perso oltre il 10%, trascinando con sé anche quelli garantiti con perdite del 6-7%, come spiegava con preoccupazione la relazione COVIP dell’epoca.
In sostanza, versare il TFR nei fondi pensione significa scommettere che i prossimi anni saranno di prosperità e non di crisi. Se le quote sono relativamente alte, è perché la scommessa è piuttosto rischiosa. Ma quello che si sta scommettendo, senza neppure spiegarlo correttamente, sono gli stipendi dei lavoratori.
Fondi pensione o pensioni più decorose?
Non sorprende che questo governo, così come i suoi predecessori di ogni colore, spinga per favorire i fondi pensione.
Da un lato, si tratta di consentire agli istituti finanziari di mettere le mani su un vero e proprio tesoro: il solo TFR versato ai fondi nel 2025 vale quasi 10 miliardi di euro, benché ad aderire sia ancora soltanto il 40% dei lavoratori dipendenti. Il margine è enorme!
Dall’altro, il piano a lungo termine è quello di sostituire progressivamente le pensioni pubbliche, finanziate dai contributi versati dai lavoratori all’INPS, con quelle private dei fondi pensione. La propaganda per i fondi pensione dai rendimenti mirabolanti serve insomma a indorare la pillola dei tagli alle pensioni vere e proprie, instillando l’idea che per garantirsi un futuro non si dovrà fare affidamento sulla pensione ma sulle cedole dei fondi.
Pur di impacchettare questo regalo ai fondi di investimento privati, lo Stato è disposto a ridurre la tassazione sui capitali versati ai fondi pensione, che di base è al 15% contro il 23% del TFR: questo è l’unico vantaggio materiale dei fondi, ma a pagarlo è la collettività.
Se dai governi non ci si può aspettare altro, è invece scandaloso che ad abbracciare questa propaganda siano i sindacati, in primis la Cgil, spingendo i lavoratori a giocarsi in borsa lo stipendio come un qualsiasi promotore finanziario invece di lottare per pensioni pubbliche migliori.
Il che tra l’altro è anche un modo subdolo per rendere i lavoratori direttamente dipendenti dagli interessi del mercato, anche quando – ed è la norma – questi interessi sono in conflitto con i loro. Un modo dunque per disincentivare le lotte e il conflitto, proprio in un’epoca in cui sono sempre più necessari.
La posta in palio è altissima e riguarda di fatto, oltre al futuro di milioni di famiglie, il modello stesso di società in cui vogliamo vivere. Alla propaganda per i fondi pensione è necessario e urgente contrapporre la mobilitazione per pensioni dignitose e salari più alti.
