Sicuritalia ed Esselunga fanno il Sottocosto sui lavoratori

Pagare un lavoratore (anzi, migliaia di lavoratori) a tempo pieno meno di mille euro lordi al mese è sfruttamento. Ed è sfruttamento anche pagare una cooperativa perché li sfrutti al posto tuo, facendoli lavorare per te.

Si potrebbe pensare che la Procura di Milano abbia scoperto l’acqua calda, ma gli ennesimi provvedimenti che nei giorni scorsi hanno colpito il sistema degli appalti di manodopera sono particolarmente importanti perché mettono allo scoperto una volta per tutte uno dei principali meccanismi che consentono a questo sistema marcio di proliferare.

Nel mirino degli inquirenti sono finiti questa volta, da un lato, il gigante della vigilanza privata Sicuritalia – e in particolare la “cooperativa” Sicuritalia Servizi Fiduciari che fa parte del gruppo, per la quale è stata disposta l’amministrazione giudiziaria; dall’altro, nientemeno che Esselunga, a sua volta colosso della grande distribuzione nel Nord Italia, che è stata sottoposta al sequestro di 48 milioni di Euro.

Si tratta di due inchieste distinte ma collegate, come dimostra anche la tempistica contemporanea dei due provvedimenti.

Per quanto riguarda Sicuritalia, che rappresenta l’ultimo anello della catena, sotto la lente della magistratura è ancora una volta l’applicazione del famigerato CCNL Servizi fiduciari, la cui retribuzione da fame è stata più volte dichiarata illegittima da numerosi giudici del lavoro, in quanto insufficiente a garantire “un’esistenza libera e dignitosa” e non “proporzionata alla quantità e qualità” del lavoro svolto, e dunque inferiore al cosiddetto “minimo costituzionale”.

Stiamo parlando di una retribuzione lorda mensile, per addetti a mansioni di media complessità che lavorano a tempo pieno, di 930 Euro lordi al mese, che al netto di contributi e tasse a carico del dipendente – sostiene ora anche la Procura – lasciano in tasca al lavoratore non più di 650 Euro netti.

Ebbene, “la reiterata corresponsione di retribuzioni in modo […] comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato” non è soltanto illegittima sotto l’aspetto civile/giuslavoristico, ma è anche uno degli indici del reato di sfruttamento del lavoro, aggravato in questo caso dall’elevatissimo numero di lavoratori coinvolti.

Ma non basta: nel caso di Sicuritalia, una volta toccato il fondo, hanno cominciato a scavare. E così, mentre il gruppo nel suo complesso aumentava fatturati (si avvicinano oggi al miliardo di Euro) e profitti, la cooperativa Servizi fiduciari denunciava ai propri soci/dipendenti continue crisi, “ricattandoli” con lo spettro della perdita degli appalti e dei licenziamenti e imponendo in questo modo deroghe al già miserabile trattamento economico del contratto collettivo – in particolare pagando meno gli straordinari che, di fatto, costituiscono di necessità parte integrante del salario, e riducendo il trattamento di malattia.

Ecco perché la Procura ritiene che vi sia stato approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori, altro elemento costitutivo della fattispecie di reato.

Le indagini, poi, avrebbero messo in luce “atti di violenza (specialmente verbale), minacce e intimidazioni” ai danni dei lavoratori, oltre a “carenze igienico-sanitarie”, che costituiscono ulteriori indici legali dello sfruttamento.

Si tratta del resto di una realtà che tutti i lavoratori del settore – e non solo i dipendenti di Sicuritalia – conoscono benissimo.

Appare tanto più vergognoso, alla luce di quest’ultimo provvedimento giudiziario, che i vertici sindacali rivendichino come un successo un rinnovo contrattuale che prevede la miseria di 140 Euro lordi in più spalmati in tre anni.


A trarre profitto da questo sfruttamento ovviamente non sono soltanto le imprese intermediarie come Sicuritalia, ma anche, al capo opposto della catena, quelle che la manodopera a basso costo la utilizzano in concreto, ossia i “committenti”, come Esselunga.

L’indagine a carico di uno dei colossi italiani della grande distribuzione organizzata si inserisce nell’ormai ampio filone che coinvolge altre grandi imprese committenti – ultime della serie prima di Esselunga erano state BRT e Geodis e riguarda non solo gli appalti relativi ai servizi di sorveglianza (Esselunga infatti è “cliente” di Sicuritalia) ma anche e soprattutto quelli della logistica.

Si tratta, secondo la Procura, di appalti fittizi, in cui le cooperative di turno si limitano a fornire il personale che poi lavora sostanzialmente sotto il controllo diretto del committente. E infatti l’appalto rimane di fatto sempre lo stesso, mentre a cambiare ogni paio d’anni sono gli appaltatori, che non solo applicano trattamenti retributivi miserabili, ma spesso e volentieri se ne vanno senza pagare stipendi, TFR e contributi.

I lavoratori sono perciò obbligati a faticose, lunghe e incerte iniziative giudiziarie per il recupero del maltolto e spesso, pur di evitarle, e magari sotto la minaccia di non essere altrimenti riassunti dalla prossima cooperativa (a volte anche con la complicità di certi funzionari sindacali), finiscono per rinunziare a parte del dovuto.

Alla dinamica dello sfruttamento e dell’approfittamento dello stato di bisogno, che qui è cristallina, si aggiunge nel caso dei committenti un ulteriore e ingente risparmio di natura fiscale, legato alla natura fittizia degli appalti e dunque illegittimo.

Secondo gli inquirenti, questo meccanismo consente a Esselunga di scaricare l’IVA esposta nelle fatture emesse (per operazioni in realtà inesistenti, non essendoci un vero appalto) dalle varie cooperative, che sistematicamente ne omettono poi il versamento. Un beneficio a cui non potrebbe accedere se assumesse direttamente i lavoratori che di fatto utilizza come fossero suoi dipendenti, e che avrebbe consentito un risparmio di oltre 47 milioni di Euro (proprio la somma che è stata sequestrata) soltanto nel periodo dal 2016 al 2022, sottraendoli in questo caso all’Erario. Una frode fiscale in piena regola.


L’iniziativa della Procura di Milano – che peraltro è finora l’unica in Italia ad aver mostrato questa sensibilità e determinazione – è senza dubbio lodevole e dovrebbe essere utilizzata come strumento di una lotta molto più generale.

Allo stesso tempo, occorre ancora una volta sottolineare che l’azione giudiziaria non può bastare a eliminare lo sfruttamento che più o meno intensamente affligge milioni di lavoratori, e che discende inevitabilmente da un sistema economico, il capitalismo, che ha come unico scopo il profitto di pochi a spese di molti, e che non distingue se non assai superficialmente il profitto “legittimo” da quello “illegittimo”.

Una dimostrazione plastica la fornisce la vicenda di Uber Eats, che nel 2020 era stata posta in amministrazione giudiziaria con un provvedimento analogo a quello disposto per Sicuritalia: a essere sfruttati in quel caso erano i rider pagati a cottimo, 3 Euro a consegna, da società intermediarie.

Terminato il commissariamento con la regolarizzazione e il risarcimento dei fattorini, la società pochi giorni fa ha annunciato la chiusura delle attività in Italia, il licenziamento di tutti i dipendenti (una trentina, tutti in amministrazione), e la risoluzione dei contratti con circa 7mila rider, che secondo le intenzioni dell’impresa resteranno privi di tutela.

Questo perché, scrivono sul loro sito, “in questi anni, purtroppo, non siamo cresciuti in linea con le nostre aspettative per garantire un business sostenibile nel lungo periodo”. Tradotto: dopo che la magistratura ha imposto di mettere in regola i rider (semplicemente pagandoli il minimo previsto dal contratto collettivo) il margine di profitto non era più conveniente per proseguire l’attività. Uno scenario che abbiamo visto centinaia di volte negli ultimi anni, anche in tutti i settori ben più produttivi.

Perciò non esiste alternativa: perché sia davvero efficace, la lotta contro lo sfruttamento non può che essere lotta contro il capitalismo.

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