Di carta e di celluloide – giugno 2014

Jersey Boys and Zombie

Primi weekend al mare e impennata del numero di libri: se ne può dedurre, alternativamente, la mia avversione per il nuoto o la mia passione per la letteratura… Il tutto mentre al cinema non è uscito granché (tranne quel che sono andato a vedere). Ecco il mio bilancio mensile di lettore e spettatore:

LIBRI

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5 * * * * *

In gita in Puglia per il matrimonio di Pietro e Paola (eeee!! evviva gli sposiiiii!!) ho commesso un clamoroso errore di calcolo portandomi dietro, sul Kindle, soltanto il secondo volume del Trono di Spade che mi mancava poco per terminare. Non avevo considerato che 1) ci sarebbe stato molto tempo per leggere, a bordo piscina e in spiaggia, ma soprattutto 2) l’ultimo 4% (sul Kindle le pagine si contano così) del libro non era che l’appendice con l’enciclopedia dinastica che, giunto stremato alla fine, non mi sarei mai potuto accollare. E così al secondo giorno non avevo più nulla da leggere. Disdetta! Fortuna che Martina aveva dimenticato nella sua valigia Mattatoio n. 5, che aveva letto in un viaggio precedente: un libro che mi aveva spesso incuriosito ma che chissà, magari non avrei mai letto altrimenti. È stata dunque una catena di fortunati eventi che mi ha fatto imbattere in questo capolavoro, un crudissimo diario di guerra (meglio, di prigionia) camuffato da surreale romanzo di fantascienza.

Billy Pilgrim, imbranato soldato americano, viene catturato dai tedeschi e condotto a Dresda. La prigionia terminerà violentemente con il bombardamento che rade al suolo la città, un evento paragonabile, per crudeltà e numero di vittime civili, a Hiroshima e Nagasaki. Ma Billy Pilgrim ha anche un dono: la sua “coscienza”, o qualcosa del genere, può viaggiare nel tempo, agendo nel Pilgrim di ciascun’epoca. E, inoltre, a Billy Pilgrim è capitato un evento molto insolito: una volta è stato rapito dagli alieni, che l’hanno fatto vivere in una sorta di zoo e accoppiare con una famosa attrice. Ecco quindi un romanzo senza una linea temporale, ma con un unico piano in cui tutti gli eventi capitano contemporaneamente e sono descritti in ordine sparso, secondo i salti della coscienza del protagonista. La strage dei civili, la distruzione indiscriminata di un’intera città, è un episodio assurdo come il rapimento dagli alieni, eppure “normale” come la quieta vita familiare di Billy Pilgrim.

Curiosità: nella quarta di copertina è scritto che a questo romanzo si sarebbe ispirato Terry Gilliam per L’esercito delle 12 scimmie. Io il film lo vidi al cinema, tanti anni fa, ma francamente mi pare non c’entrasse assolutamente niente. Qualcuno (magari Marta che credo sia l’unica a leggere questi post) ne sa di più?

Mariano Tomatis e Ferdinando Buscema, L’arte di stupire * * * *

Ho conosciuto Mariano e Fernando a Pavia, quando hanno presentato L’arte di stupire. Non ho avuto alcun dubbio sul comprare immediatamente il libro e leggerlo subito dopo, e questa è già di per sé una buona recensione; ma non rende l’idea di quanto sia piacevole l’esperienza di questa lettura: un percorso guidato attraverso le stanze del “museo delle meraviglie”. L’idea centrale è che la magia, intesa come capacità di meravigliare e di meravigliarsi, sia un’esperienza in grado di migliorare la nostra vita. Ma soprattutto, la magia è potenzialmente ovunque, e tutti sono in grado di compierla: “magia al popolo!” hanno scritto i Wu Ming recensendo l’opera. E sì, è una variante del concetto già espresso da Rodari nella sua Grammatica della fantasia, come ha acutamente osservato Luca Casarotti proprio durante la presentazione (il suo commento è stato trascritto qui): non potrei essere più d’accordo, né scrivere di meglio.

E ancora, l’idea entra in risonanza con lo Scaramouche de L’Armata dei sonnambuli, che scopre che la rivoluzione ha portato il teatro fuori dai palcoscenici, direttamente nella vita reale e nelle piazze. Anche la magia può essere rivoluzionaria, come ha mostrato Mariano Tomatis con il suo Laboratorio di Magnetismo Rivoluzionario, purché sia messa al servizio di una buona causa: L’arte di stupire ci insegna come si fa.

J.L. Bourne, Diario di un sopravvissuto agli zombie * *

Anni fa, durante una cena rimasta celebre anche per questo episodio, assistetti a una discussione estremamente accesa tra il mio amico Marco e Giada: il tema del contendere era il valore letterario di John Fante. Marco sosteneva – e cito testualmente – che “John Fante non sa scrivere“.

Personalmente, qualcosa ho letto di John Fante, e pur non considerandolo tra i miei scrittori preferiti mi guarderei bene dall’esprimere un giudizio così tranchant. Anche perché può capitare che te lo rinfaccino quel giudizio, la prima volta che consigli un libro a qualcuno che, dopo averlo letto, non lo apprezza.

È purtroppo il caso di questo Diario di un sopravvissuto agli zombie, che Marco, forse conoscendo la mia passione per gli zombie, mi ha regalato per il mio compleanno dopo averlo caldamente sponsorizzato. Io ho apprezzato e apprezzo il pensiero (e per questo aggiungo una stellina al giudizio), ma il libro, per dirla sinteticamente, fa cagare.

Già la struttura a mo’ di diario, tutt’altro che originale, è priva di qualsiasi brio, con uno stile assolutamente monotono e “colpi di scena” telefonati, perlomeno per chiunque abbia mai, non dico visto un film, ma anche solo giocato a Resident Evil. Tanto più che in quei pochi momenti di concitazione l’autore si dimentica che dovrebbe star scrivendo nella forma di un diario e parte per la tangente con il narratore esterno. Rimangono un mistero le pulsioni che muovono i personaggi, a parte quella ovvia di sopravvivere. Succedono cose in successione, ma non si capisce perché i protagonisti facciano questo o quello. Di ironia o sarcasmo poi, magari sul genere di Benvenuti a Zombieland, nemmeno a parlarne. Insomma, è un po’ come se fosse la “sceneggiatura” di un (vecchio) videogioco sugli zombie, tipo Resident Evil, ma con ancora meno trama e approfondimento psicologico dei personaggi.

Certo, non aiuta il fatto che l’autore sia un militare di carriera che esordisce dedicando il libro ai “fratelli” impegnati nelle missioni di guerra in Iraq e Afghanistan, e che il protagonista, che non riesco a non immaginare fortemente autobiografico, è un mezzo fascista.

A onor del vero, va detto che non solo Marco, ma anche diversi altri amici mi hanno parlato benissimo di questo romanzo. Chissà che ne pensano di John Fante.

Valerio Evangelisti e Antonio Moresco, Controinsurrezioni * * * *

Solo la narrativa può restituire, in parte, il sapore di ciò che accade. Gli odori, i colori: una verità che lo storico, vincolato a criteri quantitativi e a valutazioni asettiche, non può permettersi“. Ecco come Valerio Evangelisti, nella sua introduzione, spiega il senso di questo libro che raccoglie due racconti diversissimi (come i due autori) ma uniti da un’idea comune: raccontare la sconfitta della rivoluzione (quella del 1848, nel cuore del Risorgimento, in questo caso), o meglio la vittoria della reazione.

In fondo è la stessa operazione compiuta dallo stesso Valerio specialmente nei suoi romanzi storici, quelli “americani” e in un certo senso quelli del ciclo dei pirati, oltre che nell’ultimo ciclo in corso di pubblicazione, ambientato in Romagna nel periodo successivo all’unità d’Italia. Ed è pure la stessa tematica che attraversa quasi tutti i romanzi dei Wu Ming, da Q all’Armata dei Sonnambuli passando per 54Altai. È inevitabile che la letteratura più interessante assuma questo punto di vista, in un’epoca che, almeno in Italia, vive la sconfitta del movimento organizzato dei lavoratori.

I due racconti di Controinsurrezioni, l’uno ambientato negli ultimi giorni della Repubblica Romana, l’altro (quello di Moresco, forse troppo sperimentale per i miei gusti) durante la spedizione di Pisacane, sono un principio di riflessione sul Risorgimento, una mano tesa verso altri narratori perché si occupino di questo periodo storico al di fuori della retorica dell’unità, riscoprendone le contraddizioni vive invece di esaltare una mai esistita armonia nazionale. Anche di questo, credo che riparleremo.

Dario Tonani, Mondo 9 * * * *

Incontrai Dario Tonani lo scorso autunno allo stand Delos a Lucca Comics & Games. Ci eravamo andati, Martina e io, per salutare l’amico Emanuele Manco e – lo confesso – chiedergli la cortesia di custodirci per un po’ zaini e borse. Con mossa abilissima, Emanuele prima mi presentò l’autore, poi mi mostrò il romanzo, specificando che si trattava dell’ultima copia in esposizione, e così “suggerendo” che non avrei potuto fare a meno di comprarla.

È stato un ottimo investimento. Mondo 9 è una raccolta di racconti lunghi tutti con la stessa ambientazione: un pianeta desertico in cui le macchine hanno sopravanzato l’uomo per importanza, non (come in Terminator, Matrix e altri scenari simili) a seguito di una guerra contro gli umani, ma per scelta precisa dell’umanità. Le macchine, gigantesche navi in grado di attraversare gli oceani di sabbia, sono economicamente più preziose degli uomini, e perciò sono state dotate di autocoscienza perché possano preservare la propria esistenza, anche a scapito di quella dei loro equipaggi.

Mi sembra una splendida metafora del nostro sistema economico. Dario Tonani scrive splendidamente (forse anche meglio di John Fante!), è capace di rendere in modo coinvolgente, in ciascun racconto, il senso dell’incubo vissuto dai personaggi, rinchiusi, incatenati, schiavi della volontà dei loro guardiani di ferro. Il mondo che descrive è credibile nella sua mostruosa crudeltà, ed è sapiente anche la scelta delle sequenze narrative inserite nella raccolta, cronologicamente separate ma legate da un filo rosso che svela a poco a poco, in un crescendo di angoscia, i risvolti sempre più agghiaccianti dell’universo e delle sue macchine.

David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più * * * *

È impossibile frequentare Luca Casarotti e non leggere nulla di David Foster Wallace.  In un weekend di mare, mi è sembrato appropriato cominciare da Una cosa divertente che non farò mai più. Cominciamo col bacchettare chi ha tradotto il titolo, perdendo gran parte del senso originale: in inglese infatti è supposedly fun thing I’ll never do again. In quell’avverbio abbandonato per strada sta il cuore della riflessione di Foster Wallace sulla vacuità delle emozioni imposte a suon di pubblicità e con l’ansiosa complicità di chi le “subisce”.

È il caso dei passeggeri di una crociera extralusso, di cui lo scrittore descrive il funzionamento nei minimi e apparentemente insignificanti dettagli: un’esperienza che non solo si presume divertente, ma che deve essere divertente, costi quel che costi.

Il racconto procede tra scene di esilarante inadeguatezza e riflessioni cupissime sull’emarginazione di chi non riesce, o non vuole, adattarsi al sentimento comune. Ed è chiaro che la crociera, almeno per Foster Wallace, non è finita neppure una volta tornati in porto.

FILM

Robert Stromberg, Maleficent * * * *

Può un regista che di cognome fa Stromberg, come il capitano dell’Atalanta della mia infanzia, girare un brutto film? No di certo.

Come tutti sanno, Maleficent è la storia della Bella Addormentata nel bosco raccontata dal punto di vista della presunta “strega cattiva”, Malefica. L’idea funziona (e secondo me funziona pure Angiolina Jolie nei panni della strega), perché viene sviluppata con un ribaltamento intelligente, mai meccanico, di tutti i punti focali e dei ruoli tradizionali della fiaba.

Cambia la storia, e cambia anche la morale, insegnando ai bambini – ma non solo a loro – che le storie che ci vengono raccontate, ad esempio dai mass media, sono solo quelle che i potenti (il re della Bella Addormentata) vogliono farci credere, ma che dietro questa apparenza si nasconde un mondo completamente diverso.

Alla fine [spoiler!] la Bella Addormentata ucciderà il proprio padre per salvare la strega, e sarà giusto così. E meno male che è un film Disney…

Clint Eastwood, Jersey Boys * * * * *

Clint Eastwood torna al cinema non solo da attore (e da leggenda) nell’edizione restaurata della trilogia di Sergio Leone, ma anche come straordinario regista di Jersey Boys. Il film racconta la storia dei Four Seasons, un gruppo musicale degli anni ’60 composto interamente da italoamericani newyorchesi, che francamente non avevo mai sentito nominare (ma come spesso capita, alcune delle loro canzoni sono effettivamente celeberrime).

Quanti fossero perplessi dall’idea di un film “musicale”, si rassicurino: le canzoni sono ovviamente il sottofondo, ma non certo il tema del racconto, che in realtà non è altro che l’ennesimo punto di vista attraverso cui il vecchio Clint, meno cupo che in altre occasioni, ci parla del “sogno americano”. L’equilibrio tra musica e narrazione è perfetto, e la vicenda è oggettivamente molto più interessanet, ad esempio, di quella raccontata dai fratelli Coen in A proposito di Davis.

Tenterò una sintesi audace: Jersey Boys è una via di mezzo tra The CommitmentsC’era una volta in America. L’ho detto. Buona visione.

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