Quale Sinistra dopo il voto?

LeftoriumA una decina di giorni dalla sconfitta nelle elezioni europee, provo a scrivere qualche considerazione sul tema del momento: che prospettive ci sono per la Sinistra in Italia?

Breve panoramica del voto.

Penso sia utile partire da una pur minima analisi del voto europeo. Il dato comune più o meno a tutti i Paesi è il crollo della socialdemocrazia, del riformismo moderato “di governo”: per limitare l’osservazione agli Stati più importanti, in Gran Bretagna il Partito Laburista è al minimo storico (16%!!), in Francia e Spagna il Partito Socialista crolla miseramente, affonda il Partito Socialdemocratico in Germania. Se ne avvantaggiano un po’ ovunque la Destra, comprese le sue frange estreme, e in parte la sinistra radicale, specialmente in Germania (Die Linke al 7,5%) e in Francia (PCF con la sua coalizione al 6,3%, NPA di Olivier Besancenot al 4,8%), per non parlare di Olanda, Portogallo, Grecia, dove pure la Sinistra radicale ottiene risultati di rilievo.

Sembra che gli elettori non vedano vere soluzioni alla crisi nelle proposte dei partiti moderati, e le cerchino altrove.

E in Italia? Anche. Al di là dei proclami post-elettorali si può dire che la Destra complessivamente tenga, con un calo del partito di Berlusconi a vantaggio soprattutto della Lega. Il Partito Democratico perde 7 punti percentuali rispetto alle precedenti elezioni europee, molti dei quali a vantaggio del partito di Di Pietro che raddoppia i suoi consensi rispetto alle politiche di un anno fa. Complessivamente, recupera leggermente la sinistra radicale, con PRC-PdCI che da soli superano la percentuale di voti ottenuti un anno fa dalla Sinistra Arcobaleno e ne sfiorano il numero assoluto di preferenze, e Sinistra & Libertà che ottiene poco di meno. Non ci fosse stato lo sbarramento del 4% si sarebbe parlato di un accenno di ripiglio, ma è pur sempre un’emorragia rispetto alle scorse elezioni europee. L’astensione è alle stelle, e stavolta colpisce forse anche Berlusconi, penalizzato dagli scandali Mills, Noemi e Kakà, troppo ravvicinati per essere assorbiti tutti.

Non mi interessa qui in realtà analizzare i flussi di voto: senza dubbio è vero che un gran numero di lavoratori dipendenti, anche iscritti al sindacato, specialmente al Nord, abbia dirottato il proprio voto sulla Lega. Non solo non è un tabù o un qualcosa che si vuole rimuovere, come predica dal suo blog e dalla Provincia Pavese Giovanni Giovannetti, ma è addirittura un dato abbastanza scontato, nella misura in cui Rifondazione e i partiti di sinistra portano ancora la croce del deludente governo Prodi, e non hanno fatto poi granché per scrollarsela di dosso. La Lega (e in modo tutto sommato analogo l’Italia dei Valori) attira il voto di chi patisce la crisi economica lanciando soluzioni chiare e apparentemente facili: “Questi vengono qui e vi portano via il lavoro, le case popolari, i posti negli asili: fuori gli immigrati e tutto si sistema“. Di fronte al vuoto di proposte alternative credibili, sarebbe semmai stupefacente se ciò non accadesse.

L’unità della Sinistra

È la frase più pronunciata dalla gente di sinistra da lunedì a questa parte: “A mettervi insieme avreste preso il 6% e passavate lo sbarramento“, “Contenti adesso?“, “E la prossima volta, quattro partiti?“, “Stronzi!!

Sarebbe stolto ignorare questi commenti o catalogarli con sufficienza nella categoria “luoghi comuni”. Del resto, che la Sinistra sia unita è davvero un’istanza importante. Ma ancora più importante è la questione: “unita per fare che cosa?” Ecco, questa è la domanda che tutti, a partire dai dirigenti dei partiti di sinistra, dovrebbero porsi in questo momento. Anche perché finora l’hanno accuratamente evitata.

Credo insomma che l’ordine logico in cui le questioni vanno affrontate debba essere esattamente l’opposto di quello in cui vengono presentate in quasi tutte le discussioni di questi giorni: prima chiarire bene, prima di tutto a se stessi, che cosa è necessario fare, e magari cominciare a metterlo in pratica; poi vedere chi è disponibile a portare avanti gli stessi progetti, o progetti che vadano nella stessa direzione, e trovare nella pratica quotidiana, non nelle segrete stanze,  forme di azione comune.

La preclusione (mia e in generale di un ampio settore di militanti di sinistra) nei confronti del Partito Democratico nasce esattamente da qui. In tutte le battaglie fondamentali, sia sui temi del lavoro sia su quelli “di coscienza” e perfino sull’antirazzismo, il PD non ha mostrato alcuna disponibilità a combattere: che senso avrebbe un’alleanza con questo partito? Su quale terreno si potrebbe lavorare insieme? Su nessuno, mi sembra.

Su questo punto cruciale è esploso un anno fa lo scontro all’interno di Rifondazione, ed è lo scontro che ha portato alla scissione di quell’area del partito che ha poi costituito Sinistra e Libertà. La scissione, è bene sottolinearlo, è stata un gesto irresponsabile e di consapevole boicottaggio da parte dei vari Vendola e Bertinotti, e se a qualcuno va imputato il mancato superamento del 4%, è in prima battuta a questi individui (oltre che all’ulteriore tentativo di sabotaggio di PCL, fortunatamente destinato a estinguersi quando tutti i vecchietti che sbagliano a votare saranno defunti).

Per cui, alla domanda “perché non avete fatto una lista unica?”, la prima risposta è “perché quelli se ne sono andati per poter continuare a beccare qualche poltrona in elemosina dal PD“.

Precisato questo, rimane da rispondere alla domanda principale: che cosa può e deve fare la Sinistra adesso? Con pazienza, cercare di ricostruire un rapporto e un radicamento nei luoghi di lavoro e nei territori. Ascoltare i lavoratori e la gente comune per calibrare le risposte e soprattutto il modo di trasmetterle. Dare il proprio sostegno attivo a ogni forma di resistenza che si sviluppi contro i molteplici attacchi al tenore di vita delle classi più deboli, a partire dal basso e fornendo la propria organizzazione per mettere in relazione le singole lotte. Non proclami ma azioni concrete.

Ci sono luoghi in cui lo si sta facendo, e qualche risultato c’è. In Campania, dove Rifondazione ha partecipato attivamente alle proteste degli operai FIAT di Pomigliano ed è andata ad ascoltare i problemi di quelli dell’ILVA di Taranto – per fare solo due esempi – il risultato elettorale è stato nettamente migliore che altrove, e la campagna in favore di Mimmo Loffredo ha portato all’operaio di Pomigliano ben ottomila preferenze (per intenderci, oltre 5 volte quelle ottenute dal pur bravissimo Valerio Evangelisti).

La strada è tracciata, e ben vengano tutte le forze disposte a percorrerla, a prescindere dal fatto che appartengano alla tradizione comunista ortodossa o meno. Stiano però alla larga burocrati e moderati: già adesso le contraddizioni aperte dalla crisi economica li trovano totalmente impreparati, e quando la buferà esploderà con tutta la sua forza verranno spazzati via. E se non sarà la Sinistra a raccogliere il malcontento e la disperazione, allora lo farà la Destra, non certo il riformismo: il tempo stringe, e discussioni-fiume sul nome e la composizione del nuovo “contenitore” della Sinistra non sono che un’inutile zavorra.

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2 comments

  1. concordo su molti passi di questo intervento. in particolare su quanto detto riguardo al risultato di Napoli. è esattamente questo l’obiettivo da porsi: raccogliere, con onestà politica e anche intellettuale, il testimone della rappresentanza ovunque vi sia un abttaglia in difesa del lavoro, dell’ambiente, dei diritti e dei redditi dei più esposti alla crisi – che è poi essere a difesa di tutti. costruire l’alternativa è precisamente offrire una propria lettura del mondo. quello che io critico è che, al di là delle buone intenzioni di Ferrero, la forma partito chiusa in se stessa permane ed è un ostacolo all’azione politica che va subito rimosso. Prc e le nuove componenti rilettano su un nuovo modello di partito, in cui la base possa realmente contare, in cui lo statuto preveda la responsabilità giuridica e la trasparenza dei finanziamenti, in cui la discussione politica si possa svecchiare, riempiendosi di nuovi contenuti e modelli. Prc ascolti sbilanciamoci, Latouche, i verdi francesi. aiuti il volontariato legale e sociale, anche cattolico, se l’obiettivo è comune. teoria forte, azione forte. solo così un partito è realmente popolare.

  2. Sulla seconda parte del tuo commento ho delle perplessità.
    La mia idea di partito è effettivamente quella di un luogo in cui le decisioni vengano prese dal basso verso l’alto, a partire dal coinvolgimento costante e attivo dei militanti, della base. Un luogo aperto verso l’esterno, nel senso che deve essere realmente calato nella società per poterla leggere e per potervisi muovere nel miglior modo possibile. Sono anche abbastanza d’accordo se si parla di svecchiare il linguaggio, per renderlo più comprensibile.
    Ma tu scrivi di “nuovi contenuti e modelli”: quali? Di solito, dietro la proposta (di per sé un po’ astratta) di novità si nasconde uno spostamento a destra. Non è certo il tuo caso, ma gente come Bertinotti e Vendola conosce bene il trucco.

    Francamente io credo nella validità dell’interpretazione marxista della storia, dell’economia e della società, e penso che sia utile l’esistenza di un partito che assuma questa teoria come base ideologica: non è qui che penso sia necessario uno svecchiamento.
    Certamente non credo che un’azione comune possa essere condotta soltanto con chi condivide questa stessa impostazione: mi sembra di averlo scritto più volte a chiare lettere. Ma da qui a rinunciare alla propria lettura e al proprio ideale di società ne passa di strada.

    Quanto a responsabilità giuridica e trasparenza dei finanziamenti (fa un po’ Di Pietro…), non so bene che cosa intendi, posso dirti però che Rifondazione è tra i partiti più trasparenti nella gestione del (magro) bilancio, e tra quelli in cui i funzionari sono peggio pagati. Per la cronaca, allo scorso congresso avevamo proposto che si adottasse per tutti i funzionari e i rappresentanti nelle istituzioni il metro del salario di un operaio specializzato.

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