Perché al referendum voto NO

Trattandosi di uno strumento per modificare/conservare una o più norme di legge, ogni referendum ha un aspetto tecnico-giuridico e di conseguenza, posto che ogni legge è per definizione un assetto di interessi sociali ed economici, un aspetto politico.

Non sfugge a questa regola il referendum confermativo (si vota SI se si è d’accordo, NO se in disaccordo) sulla riforma costituzionale che riguarda una serie di modifiche dell’ordinamento giurisdizionale, sintetizzate dalla formula “separazione delle carriere” (dei magistrati giudicanti da quelle dei magistrati requirenti).

Ne ho parlato con alcuni amici, avvocati penalisti, che sostengono l’opportunità di questa separazione sulla base di due argomenti principali: 1) dovrebbe essere impedito del tutto ai giudici che svolgono abitualmente un ruolo di “cambiare casacca” e svolgere l’altro, per evitare che chi cambia ruolo si porti dietro la forma mentis della precedente funzione; 2) sarebbe necessario separare le carriere per evitare che vi sia un appiattimento dei giudici sulle posizioni dei pubblici ministeri, dovuto alla “fraternità” tra gli appartenenti a due ruoli. In questo modo – sostengono – si avrebbe un processo davvero imparziale, in cui la difesa avrebbe rispetto al giudicante una posizione simmetrica a quella dell’accusa.

Queste argomentazioni non mi convincono.

Trovo discutibile già la premessa, per cui sarebbe davvero desiderabile un processo penale in cui la difesa e l’accusa abbiano una posizione simmetrica rispetto al giudicante. La difesa, cioè l’imputato, è una parte privata e lo scopo del suo avvocato è ricorrere a ogni mezzo (lecito) per ottenere il miglior risultato possibile. Nel sistema attuale, lo scopo dell’accusa, cioè del pubblico ministero, non dovrebbe essere quello di ottenere a tutti i costi una condanna, ma quello di cercare la verità (processuale, perlomeno). Un sistema come quello desiderato dai miei amici penalisti (non da tutti i penalisti però), invece, avrebbe come logica conseguenza che, proprio come l’avvocato dell’imputato ha come scopo l’assoluzione, così lo scopo del pubblico ministero, rappresentante dell’accusa, diventerebbe quello della condanna sempre e comunque. Non vedo perché dovrebbe essere preferibile.

In ogni caso, sono pure deboli anche le due argomentazioni a corredo di questa premessa principale. I giudici che cambiano ruolo sono già oggi meno dell’1% del totale, e non c’è prova né un reale motivo di pensare che, nei rarissimi casi in cui questo avviene, il loro operato ne risenta. Non più, perlomeno, di quanto si possa al contrario pensare che proprio l’esperienza acquisita svolgendo l’altra funzione li possa arricchire e rendere giudici tecnicamente migliori.

Quanto al presunto appiattimento dei giudici sulle posizioni dei pubblici ministeri, è un fenomeno che sembra smentito dai numeri che si possono reperire in rete. Ancora nel 2022 IlSole24Ore raccontava con preoccupazione che nell’anno giudiziario 2020-2021 oltre metà dei processi si era concluso con una assoluzione, senza contare l’enorme numero di procedimenti neppure rinviati a giudizio ma direttamente archiviati. I numeri sono all’incirca sempre gli stessi e non sono certo quelli di un’emergenza liberticida. Anche qui, peraltro, la tesi che se le carriere fossero burocraticamente separate i giudici sarebbero meno propensi ad accogliere le richieste di rinvio a giudizio dei PM mi pare tutta da dimostrare.

Soprattutto, però, non è questo il cuore della riforma, né la ragione per cui questo governo è così smanioso di realizzarla.

Il cambiamento davvero rilevante sono le modalità di composizione degli organi di autogoverno della magistratura.

Oggi il Consiglio Superiore della Magistratura, cioè l’organismo a cui spettano assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari è composto per due terzi da magistrati eletti da tutti i magistrati ordinari, e per un terzo da “laici” (professori universitari e avvocati) eletti dal Parlamento. Questo sistema garantisce un certo equilibrio tra la componente togata e quella “politica”.

Con la riforma ci sarebbero ovviamente due CSM, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, ma soprattutto, la componente togata non sarebbe più scelta dai magistrati, bensì estratta a sorte, secondo modalità che sarà la maggioranza di governo a decidere (e occorrendo a modificare a piacimento) con legge ordinaria; anche l’altro terzo, la componente “politica” sarà sorteggiata, ma all’interno di una lista “eletta” dal Parlamento: dunque una specie di sorteggio “pilotato”.

Non solo. Con la riforma verrebbe sottratto ai CSM, già di loro indeboliti nella loro componente togata, il potere disciplinare, che sarebbe invece attribuito a un nuovo organismo: l’Alta Corte disciplinare. Dei suoi quindici componenti, tre sarebbero nominati dal Presidente della Repubblica, tre estratti a sorte all’interno di una lista compilata dal Parlamento, nove estratti a sorte tra i magistrati cassazionisti (sei giudicanti e tre requirenti): dunque con una proporzione nemmeno più di dieci a cinque, ma di nove a sei tra componenti togate e politiche. Anche in questo caso, la maggioranza di turno potrà modificare le leggi ordinarie e i decreti attuativi per cambiare a piacimento il perimetro degli eleggibili/ineleggibili.

Al di là dei tecnicismi, quello che è evidente è l’intenzione esplicita di modificare l’attuale equilibrio tra potere giudiziario e potere politico, a favore di quest’ultimo. Non è assurdo pensare che la “separazione delle carriere” non sia altro che un pretesto per poter mettere mano al CSM e sottrargli potere e attribuzioni a favore della maggioranza parlamentare di turno: da sola, questa parte della riforma non avrebbe avuto gambe per camminare.

Ecco perché l’aspetto politico è molto più importante di quello tecnico-giuridico.


Ora, però, non voglio nemmeno passare per un “tifoso” della magistratura, perché non lo sono affatto, e neppure per un ingenuo. Per dirla tutta, non sono nemmeno un grande tifoso della Costituzione, o quanto meno un sostenitore della sua sacralità.

Prima ho scritto che nel sistema attuale lo scopo del pubblico ministero dovrebbe la ricerca della verità, ma è chiaramente una grossa semplificazione, che soprattutto non tiene conto del contesto reale della società in cui viviamo.

In questa società, in cui i cittadini non sono affatto uguali di fronte alla legge (diversamente da quel che è scritto nelle aule dei tribunali), ma in cui c’è una classe dominante e una classe dominata, la magistratura così come ogni altro organo dello stato non è affatto un organo imparziale, ma è in definitiva uno strumento della classe capitalista per mantenere il proprio dominio sulla società.

Naturalmente parlo della magistratura nel suo complesso, in quanto funzione dello stato. La maggior parte dei giudici, e la maggior parte dei processi, non hanno un impatto diretto sulle sorti della lotta di classe. La stragrande maggioranza dei giudici neppure si considererà come uno strumento di una classe. E ci sono senza dubbio anche singoli giudici che, in totale onestà e anche con grande coraggio, agiscono consapevolmente contro gli interessi della classe dominante. Gli esempi negli ultimi anni sono numerosi, a cominciare dalle inchieste sul caporalato e sullo sfruttamento dei lavoratori che ancora recentemente hanno portato al controllo giudiziario di Glovo/Foodinho.

Ma questo non cambia la natura e la funzione della magistratura nel suo complesso. Anzi, si potrebbe dire che in questi casi i giudici funzionano come anticorpi per contrastare quegli eccessi di sfruttamento che, se lasciati liberi di proliferare, minerebbero le basi stesse del sistema capitalista.

Il fatto è che, in un sistema come il nostro, una parte rilevante di una classe capitalista che era già stracciona e particolarmente parassitaria già prima della fase attuale di crisi ha bisogno di questi eccessi per poter semplicemente sopravvivere. Ha bisogno di maggiore sfruttamento, di maggiore repressione, di controlli più allegri sugli appalti e sui conti pubblici (da qui gli attacchi alla Corte dei Conti).

E allora anche una magistratura che faccia semplicemente il suo dovere di guardiano degli interessi generali del sistema in tutti questi ambiti diventa insopportabile, e deve essere portata sotto il controllo di chi in Parlamento e al governo rappresenta proprio questa parte orribile della società.

Il senso profondo del conflitto tra governo è magistratura alla fine dei conti è questo. E allora, affossare questa riforma della magistratura votando NO al referendum non significa essere tifosi dei magistrati, ma è un modo (non l’unico, certamente neppure il più efficace) per contrastare questa deriva repressiva e parassitaria che vorrebbe rendere la società ancora più ingiusta di quanto non sia già oggi.

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