No Other Choice?

Non è mai troppo tardi per parlare di un grande film, e di sicuro appartiene a questa categoria No Other Choice, ultima opera di Park Chan-Wook presentata all’ultimo festival di Venezia e uscita nelle sale all’inizio di gennaio.

Il suo protagonista, Man-soo, è convinto di avere tutto ciò che una persona può desiderare: una moglie bella, brillante e innamorata, due figli, la casa che ha sempre sognato, un lavoro che ama e in cui è apprezzato.

Ma quando la cartiera a cui ha dedicato l’esistenza viene acquistata da una società americana, Man-Soo si ritrova improvvisamente tra il personale in esubero e tutto ciò che aveva costruito nella sua vita gli crolla miseramente addosso. Questo è il motore della storia.

Il tema dell’uomo meritevole e fortunato che improvvisamente perde tutto non è nuovo. Ne parla il Libro di Giobbe nell’Antico Testamento, in cui l’uomo giusto a cui Dio sottrae ogni bene resiste alla tentazione di rinnegarlo e viene alla fine ricompensato. In A Serious Man, i fratelli Coen hanno raccontato la stessa storia chiedendosi che cosa sarebbe successo se quell’uomo perseguitato senza colpe, alla fine, avesse ceduto a quella tentazione.

Nell’approcciare lo stesso tema, Park Chan-Wook ha scelto un punto di vista specifico ed estremamente attuale, quello del lavoratore che perde il lavoro di una vita.

Così facendo, l’autore da un lato ha calato la storia in un presente assai concreto, facendola dialogare con i temi stringenti della crisi economica e della sempre più diffusa precarietà, oltre che, efficacemente, con la stessa etica coreana del lavoro; dall’altro, pur mantenendo l’obiettivo sull’individuo (il protagonista e i suoi familiari) e sulla sua psicologia, ha introdotto nel racconto una dimensione sociale e collettiva che lo arricchisce di ulteriori livelli di significato e spunti di riflessione.

Ognuno dei personaggi che ruotano intorno alla vita di Man-soo vive la perdita subita dal padre in modo diverso, rappresentando una gamma variegata di tipi umani universali.

C’è la reazione pratica della moglie Mi-ri, che ricomincia a lavorare, pianifica i tagli necessari al budget familiare, progetta di vendere la casa; quella incosciente del figlio Si-one che si dà alla microcriminalità; quella solipsistica della figlia neurodivergente Ri-one che si rifugia nella musica.

Ognuno di questi personaggi ha il suo spazio ed è descritto in modo convincente nella sua complessità: sono persone reali che affrontano non soltanto un problema economico, ma un vero dramma umano; nonostante lo sforzo di resistere, la perdita del lavoro da parte di Man-soo si traduce naturalmente nello sfaldamento e la crisi dei rapporti familiari: un’esperienza che ho sentito raccontare troppe volte dai lavoratori che ho avuto modo di conoscere e assistere.

Ecco perché per il protagonista non c’è altra scelta: deve riavere non un lavoro qualunque, ma il suo lavoro, a qualsiasi costo, perché è l’unico modo per salvare tutto ciò che è importante nella sua vita.

La chiave narrativa del film ruota tutto intorno al fatto che, tanto è dolorosamente realistico il comportamento dei personaggi che agiscono intorno al protagonista, altrettanto invece è iperbolico quello del protagonista stesso: un singolo elemento straordinario all’interno di un mondo fin troppo ordinario. È proprio questo accostamento a determinare il registro grottesco del racconto, che è una delle sue grandi qualità.

DA QUI IN AVANTI TROVERETE SPOILER

Il piano di Man-soo consiste nell’identificare e poi eliminare, a uno a uno, quei pochi operai specializzati nel settore della carta con credenziali migliori delle sue per accaparrarsi l’unico posto da supervisore nell’unica azienda del settore non in crisi: posto che egli stesso renderà disponibile, uccidendo per ultima proprio la persona che lo occupa.

Nonostante l’apparente assurdità, man mano che la storia procede, e di pari passo con lo sviluppo degli altri personaggi, questo piano prende corpo e si realizza di scena in scena, di omicidio in omicidio. Paradossalmente le parti più “leggere” del film sono proprio quelle degli assassinii, mentre siamo chiamati a una riflessione più cupa e più profonda nelle scene in cui si descrive lo sgretolamento progressivo della famiglia di Man soo.

Uno degli aspetti più interessanti è la descrizione delle vittime del protagonista. In ognuno di loro sono accentuate le caratteristiche personali che lo accomunano con Man-soo: prima quello che come lui non riesce a concepire di trovarsi un lavoro diverso da quello che aveva, ma si è rassegnato alla disoccupazione e all’alcolismo; poi il padre devoto ma con problemi familiari; infine il supervisore della cartiera Moon Paper, quello di cui il protagonista vuole prendere il posto e che letteralmente quindi è il suo alter ego; comune a tutti (tranne che all’ultimo, non a caso) è la passione per il lavoro e la perizia nel compierlo.

Per lo spettatore – ma anche per Man-soo – è evidente che vittime e assassino siano tutti sulla stessa barca. Ma il protagonista non è in grado di vedere un’alternativa a questa brutale “guerra tra poveri”: per lui non c’è altra scelta. Non si accorge neppure che ciò che sta facendo è esattamente quello che il sistema desidera: tagliare gli esuberi. Un tema sicuramente ben presente già nel romanzo da cui il film è tratto (e nel suo precedente adattamento cinematografico del regista Costa-Gravas) fin dal titolo The Ax, l’ascia del tagliatore di teste.

Man mano che la storia avanza, la catena di omicidi di Man-soo appare sempre meno come l’assurdo piano di un pazzo, e sempre più come il frutto legittimo della barbarie del sistema: infatti anche la “pratica” moglie del protagonista, una volta scoperto il “gioco” del marito, finisce per approvarlo e sostenerlo.

Non sorprende perciò che l’individuo Man-soo esca “vincitore” alla fine del racconto, ma è altrettanto evidente per lo spettatore (non per il personaggio: e l’effetto per chi guarda è ancora una volta spiazzante) che la sua è una vittoria di Pirro, e che a festeggiare davvero siano solo i manager dell’azienda: uccisa anche l’ultima delle sue vittime, infatti, il protagonista ottiene il posto in una fabbrica in cui è l’unico lavoratore, perché tutti gli altri operai sono stati sostituiti da automi. Gli esuberi sono stati eliminati, e nulla esclude che lo stesso Man-soo prima o poi diventi nuovamente superfluo.

Il film di Park Chan-Wook è un’efficacissima rappresentazione del capitalismo nella sua fase senile di crisi sempre più brutale. Una descrizione tanto più riuscita per l’eccellenza tecnica del film, straordinario nella regia e nella recitazione, oltre che brillante nella sceneggiatura.

È anche abbastanza chiaro che la critica dell’autore sia rivolta non tanto all’individuo quanto al sistema che lo ha prodotto, tanto che si finisce – se non proprio per solidarizzare ed empatizzare – quantomeno dall’astenersi da un giudizio morale sul protagonista, la cui efferatezza non è che un riflesso dell’assai più sistematica violenza dei veri “tagliatori di teste”.

La possibilità e la necessità di costruire un’alternativa a questo sistema non è esplicitamente dichiarata nel film, ma emerge implicitamente anche dalla scelta dell’autore di accomunare assassino e vittime e di descrivere lo stesso protagonista come egli stesso una vittima, chiarendo che sono tutti sulla stessa barca: una barca che sta affondando sotto i colpi spietati dei padroni.

Così, alla fine, il titolo del film può essere letto con un punto di domanda: siamo proprio sicuri che Non c’è altra scelta? E se tutte queste vittime, invece di scannarsi a vicenda, riconoscessero chi è il loro vero nemico e si organizzassero per combatterlo?

Oltre un secolo fa, Rosa Luxemburg descrisse l’alternativa: “socialismo o barbarie”. No Other Choice descrive con straordinaria efficacia la barbarie che ci circonda. Sta a noi costruire l’unica altra scelta possibile.

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