Il conto alla rovescia è partito, ma prima che il 2025 lasci il posto al 2026 voglio ricordare le cose migliori che ho visto e letto quest’anno.
TRE!
Tra i film usciti quest’anno e che ho visto al cinema, tre più di altri hanno lasciato un segno, e ne ho scritto in questi mesi:
28 anni dopo di Danny Boyle
Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson
Mickey 17 di Bong Joon-ho
In realtà ce n’è un quarto che merita di essere menzionato, ed è il film che mi ha colpito più di tutti, al punto che inserirlo in una graduatoria mi sembrerebbe quasi svilente. È La voce di Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya: un documento straordinario e commovente, duratura testimonianza del genocidio compiuto in Palestina dal governo e dall’esercito israeliano. Se questo film più di altri è stato in grado di strappare il velo di complicità e ipocrisia delle istituzioni occidentali e smuovere le coscienze dei molti che lo hanno visto, è anche perché il suo autore ha saputo utilizzare con intelligenza e creatività il linguaggio del cinema: è soprattutto il montaggio, con l’alternanza tra le registrazioni autentiche della bambina intrappolata e la recitazione degli attori, a coinvolgere gli spettatori e farci sentire, in sedicesimi, la sofferenza dei protagonisti. È senza dubbio questo film il lascito più importante del 2025 cinematografico.
DUE!
Della ventina di libri che mi sono passati tra le mani nel 2025, ne segnalo due: un classico e una nuova uscita.
Vita e destino di Vasilij Grossman
Un anno fa avevo premiato Stalingrado come il miglior libro che avessi letto nel 2024, ripromettendomi di leggere nel 2025 il suo seguito, Vita e destino. Ho mantenuto la promessa (e già che c’ero ho proposto il libro al gruppo di lettura di Alaska) e ne è valsa davvero la pena.
Ambientato in continuità con il romanzo precedente dall’autunno del 1942 alla controffensiva sovietica del 1943, Vita e destino è stato scritto alcuni anni più tardi, nell’epoca in cui il regime stalinista era riuscito trionfatore dalla guerra, e il suo controllo sulla società sovietica, anche dopo la morte di Stalin, era più forte che mai.
Ecco perché le riflessioni di Grossman sono più articolate rispetto a quelle del libro precedente: l’autore – che non riuscirà neppure a pubblicare il romanzo in URSS a causa della censura, riuscendo a farlo uscire dai confini sovietici in modi degni di un film di spionaggio – descrive con precisione la mostruosità del regime, riflette sul modo in cui si è imposto, corrompendo e stravolgendo consapevolmente le tradizioni del bolscevismo, ragiona sulle cause e sugli strumenti di cui si serve il totalitarismo, sia quello nazista che quello stalinista.
Alla base, c’è una riflessione profonda sull’umanità, che trae spunto dalla descrizione minuziosa di decine di caratteri e personalità, che insiste soprattutto sui difetti e sulle debolezze dei suoi personaggi, sparsi sulla mappa della Russia come pedine su una plancia, senza però mai cedere al pessimismo.
Al contrario, il messaggio più sentito del romanzo, che traspare da ogni pagina, è che con tutte le nostre imperfezioni, noi esseri umani siamo tutti irresistibilmente votati alla libertà, e a una libertà che non può che essere collettiva per essere davvero tale.
Per questa ragione, il giudizio inequivocabilmente negativo sul regime stalinista che è negazione assoluta della libertà non genera alcuna confusione sull’importanza e sulla grandezza della Rivoluzione e delle sue conquiste, su cui pure lo stalinismo basa il suo potere.
La capacità di trasmettere un messaggio fondamentalmente ottimista sulla capacità delle donne e degli uomini di prendere in mano il loro destino e trasformare in meglio la società, in nome di un irriducibile desiderio di libertà, è tanto più straordinaria per un autore che ha vissuto sulla propria pelle la mostruosità del regime burocratico, la censura e la repressione. È un messaggio che non ha perso oggi neppure un grammo della sua importanza.
Mensaleri di Wu Ming 2
Una compagnia teatrale di dilettanti improvvisata, sotto la guida della regista “sociocosmica” Toni Pohlmann, lavora per mettere in scena uno spettacolo sulla storia di Mensaleri, villaggio industriale modello edificato alla fine dell’Ottocento da un imprenditore illuminato e ora in procinto di essere riaperta dall’ultimo rampollo della famiglia.
Ma la storia che conosciamo è sempre quella dei vincitori: si tratta di ricostruire come sono andate veramente le cose, come sotto la patina splendente si nascondano macchie indelebili.
Inizia un viaggio che è una avvincente e rigorosa ricerca d’archivio: un archivio di finzione calato in una storia totalmente verosimile che attraversa un secolo di Storia verissima.
Al centro della narrazione ci siamo Noi, intesi come voce narrante collettiva del presente narrativo, che è sia la compagnia teatrale del romanzo sia la collettività dei lettori/scopritori di storie, a ricordarci che è proprio dalle storie che si parte per modellare il mondo, e che finché ci limiteremo ad ascoltare le storie che il potere vuole raccontarci, non potremo neppure cominciare a trasformare la realtà.
Nella migliore tradizione di Wu Ming, Mensaleri è un romanzo che funziona perché ibrida generi, moltiplica punti di vista, usa con sapienza tutta la cassetta degli attrezzi dello scrittore, dal linguaggio modellato sulle voci di volta in volta narranti, al montaggio tra epoche apparentemente lontanissime eppure sovrapposte. Il miglior consiglio di lettura per le vacanze.
UNO!
C’è una serie TV che spicca nettamente su tutte quelle che ho visto quest’anno, ed è la seconda stagione di Andor dello sceneggiatore e showrunner Tony Gilroy.
Ne ho scritto un lungo commento, pubblicato su FantasyMagazine, a chiusura del ciclo narrativo iniziato con il film Rogue One (che cronologicamente si colloca subito dopo la serie televisiva) e proseguito con la prima stagione di Andor.
Nient’altro che abbia visto su qualche piattaforma è minimamente rilevante quanto questa serie con cui, finalmente, la “Galassia lontana, lontana” di Star Wars è diventata la nostra.
