Ungheria Ungheria canaglia

Mio padre mi scrive che ieri al TG regionale hanno fatto un servizio sull’aumento delle cause di lavoro dopo la riforma Fornero, chiedendomi conferma del dato. Ora, francamente non conosco i numeri, ma non mi stupisce affatto che possa essere così. Del resto, che non sarebbero certamente diminuite l’avevo scritto ancora in agosto, da facile profeta.

Il bilancio della riforma dev’essere un po’ il tema di moda in questi giorni, se perfino Repubblica esce con un’inchiesta sul precariato post Fornero: Gloria Bagnariol e Andrea Punzo non si sbilanciano sul perché del fallimento, ma forniscono dati ed esempi dal significato inequivocabile – la riforma non serve affatto a combattere la precarietà endemica del lavoro, né tantomeno a rilanciare l’occupazione. Infatti, notizia di oggi, secondo l’ISTAT la disoccupazione è salita all’11,2%, record da quando sono iniziate le serie statistiche mensili, coinvolgendo ormai quasi 3 milioni di persone. Tre milioni.

Non si dica però che la riforma “non funziona”. Al contrario, se è vero che – notizia di tre giorni fa – i salari medi nell’ultimo anno sono cresciuti esattamente la metà dei prezzi, con un aumento in termini assoluti che così minuscolo non si vedeva dal 1983, significa che il risultato principale, la vera sostanza delle richieste della Banca Centrale Europea ormai da anni, è stato raggiunto: il lavoro non è mai costato ai padroni italiani tanto poco come oggi.

L’obiettivo è, nel giro di qualche anno, poter annunciare sulle nostre pagine web quel che già adesso scrive l’Agenzia Ungherese per gli Investimenti e il Commercio per invitare le aziende a investire in Ungheria:

• Media dei salari: EUR 750 / USD 990
• Salario minimo: EUR 280 / USD 375
• Tasso di disoccupazione: 11.15%

Sul tasso di disoccupazione già ci siamo, qualche altro anno di governi amici delle banche – che sia Monti o Bersani non fa davvero alcuna differenza – e ci ritroveremo ungheresi.

 

P.S. Avviso ai naviganti: dal primo gennaio di quest’anno sono cambiati, di nuovo, i termini per impugnare i contratti a termine e per proporre ricorso. Questa modifica va a sommarsi a quelle già previste per i licenziamenti e rende il quadro ancora più complicato: e meno male che la riforma avrebbe dovuto semplificare la normativa sul lavoro!

Tanto per chiarire – anche a me stesso – il nuovo regime delle decadenze, ecco di seguito uno schemino (i termini precedenti sono quelli barrati):

Tipo di impugnazione Termine per impugnare Termine per proporre ricorso Da quando si applica Norma di riferimento
Licenziamento 60 giorni (dalla comunicazione del licenziamento) 270 180 giorni (dall’impugnazione) Licenziamenti intimati dal 14.7.2012 Legge 92/2012, art. 1, comma 38 e 39
Contratto a termine 60 120 giorni (dalla scadenza del contratto) 270 180 giorni (dall’impugnazione) Il termine per impugnare ai contratti scaduti dal 1.1.2013;il termine per proporre ricorso ai contratti cessati dal 14.7.2012 Legge 92/2012, art. 1, comma 11

Non è chiaro se ai contratti di lavoro in somministrazione e ai contratti a progetto, e in generale a tutti i contratti “precari” (quelli che prevedono fin dal principio una scadenza) si applichi il termine per impugnare di 120 giorni. Personalmente propenderei per il sì, specialmente per quanto riguarda la somministrazione, ma la legge non lo specifica (sempre per semplificare la normativa…) per cui nel dubbio è meglio continuare a impugnare il contratto nei primi 60 giorni. Certamente a tutti si applica il termine per proporre il ricorso di 180 giorni dall’impugnazione. State in campana.

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6 comments

  1. Mi sembra strano che le principali organizzazioni sindacali si limitino a dissentire, o a protestare formalmente, non sono degli stupidi, hanno fior di giuristi al loro interno.

  2. E che c’entrano i giuristi? “Le principali organizzazioni sindacali” avrebbero dovuto, e ancora dovrebbero, mobilitare e organizzare i lavoratori contro questa riforma. Non ci hanno neppure tentato, chi per complicità diretta, chi per debolezza, chi per opportunismo.

  3. Interessante punto di vista. Completo con due elementi conoscendo un pò l’Ungheria: popolazione di circa 9.960.000 milioni di abitanti e non ha le risorse che abbiamo noi. In virtù di tali dati…credo che sostanzialmente siamo molto più lontani noi da una ripresa che gli ungheresi. Senza contare poi che il nostro governo sembra non accorgersi dell’importanza di attrarre capitali stranieri., aspetto che invece l’Ungheria cura con molto interesse “sconfinando” fino alla lontana Cina. Da imprenditore mi stupisco sempre di più di come le cose che veramente servono al nostro paese non siano mai nelle pianificazioni di chi, a turno, si trova al governo. Entro nel merito del post a valle di un approfondimento sulla materia…e mi limito ad un cenno che descrive superficialmente come la riforma Fornero sia lontanissima da ciò che realmente serve.
    Grazie

  4. @avvocato laser

    Non sono i giuristi eserti di legge e diritto?

    Non dimenticare, chi per una cena…………

    Scusa se rispondo solo adesso.

  5. Ma qui il problema non è giuridico – anche, per la verità, ma senz’altro non principalmente. Il punto è che si tratta di una riforma che danneggia notevolmente gli interessi dei lavoratori, in molti modi, a beneficio della classe padronale. La questione è essenzialmente politica, mi sembra chiaro.

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