Occupiamo Piazza Affari… e tutto il resto

Domani sarò alla manifestazione “Occupiamo Piazza Affari”, lanciata ormai diversi mesi fa dal Comitato No Debito e da Giorgio Cremaschi. Tecnologia permettendo, cercherò di fare una specie di “diretta twitter” che potrete seguire sul sito.

È inutile dire che la minaccia del governo ai diritti di tutti i lavoratori carica di nuovi significati e di ancora maggiore importanza l’iniziativa. Non c’è dubbio che la questione del debito pubblico, agitata come una scimitarra da Monti e soci per costringerci a ingoiare la peggiore riforma degli ultimi decenni, proprio per l’uso che ne fa il governo sia inscindibilmente connessa a quella dei diritti e delle condizioni di lavoro.

Non basterà però una singola manifestazione, per quanto ben riuscita, a respingere questo attacco e a cacciare il governo dei “tecnici”. Occorre che la mobilitazione prosegua e si diffonda nei luoghi di lavoro, con l’obiettivo di fermare tutto il Paese: qualcosa del genere sta già cominciando a succedere: questa è la strada da seguire. Soprattutto, occorre che tutte le categorie di lavoratori siano coinvolte in questo movimento, e che non sia consentito al padronato e ai suoi portavoce di creare divisioni prive di fondamento tra lavoratori stabili e precari. Il governo che a parole si erge a paladino dei precari è lo stesso che vuole condannarli a uno stato di precarietà perpetua.

Riporto qui sotto alcune considerazioni sull’impatto della riforma, come annunciata dal governo, sulle condizioni dei lavoratori precari e in particolare sui contratti a termine. Le ho risistemate nel tentativo di rendere nel modo più efficace possibile la portata mostruosa dei progetti di Fornero e Monti.

 

ANCHE QUESTO GOVERNO È CONTRO I PRECARI

Monti, Fornero e Napolitano, con la gentile collaborazione di stampa e televisione, non fanno che ripetere che lo smantellamento dell’Articolo 18 è un sacrificio necessario per tutelare i giovani precari. Ma “carta canta”, e la relazione sulla riforma del mercato del lavoro, approvata dal Consiglio dei Ministri la scorsa settimana, non lascia dubbi: non solo non esistono le tanto sbandierate misure “anti-precarietà”, ma al contrario si preparano novità che neppure Pietro Ichino si sarebbe mai sognato. A pagina 5 del testo divulgato dal governo leggiamo:

Nella logica di contrastare non l’utilizzo del contratto a tempo determinato in sé, ma l’uso ripetuto e reiterato per assolvere ad esigenze a cui dovrebbe rispondere il contratto a tempo indeterminato, viene previsto che il primo contratto a termine – intendendosi per tale quello stipulato tra un certo lavoratore e una certa impresa per qualunque tipo di mansione – non debba più essere giustificato attraverso la specificazione della causale.

Che significa? Facciamo un passo indietro. Oggi, ossia prima che questa mostruosità venga approvata, il contratto a tempo determinato è considerato dalla legge un’eccezione: “Il contratto di lavoro subordinato è stipulto di regola a tempo indeterminato”, recita infatti il preambolo della “legge Treu” nella sua ultima versione, in ossequio tra l’altro alle direttive europee.

Per questo motivo la legge prevede che si possano utilizzare contratti a termine soltanto in casi particolari, che devono essere indicati specificamente e per iscritto nel contratto. In mancanza di questa indicazione, e pure nel caso in cui la causale sia generica o non corrisponda alla situazione reale, il contratto può essere impugnato con successo e il giudice lo renderà a tempo indeterminato.

Di fatto, la stragrande maggioranza dei contratti a termine vengono fatti senza una causale specifica: per questo – e non certo perché “i giudici tendono a dare ragione al lavoratore”, come pure si sente dire spesso – chi impugna un contratto a tempo determinato quasi sempre vince la causa.

Bene, secondo quel che si legge nella relazione del governo, l’obbligo di specificare la causale verrà abolito per il primo contratto a termine con la stessa azienda: questo significa in pratica che perlomeno il primo contratto a termine sarà sempre valido, senza alcuna possibilità di impugnazione; soltanto dal secondo (con la stessa azienda) si potrà valutare se il datore di lavoro aveva un motivo valido per assumere a tempo determinato invece che a tempo indeterminato, ed eventualmente impugnare il contratto.

In questo modo il contratto a termine diventa anche per legge la regola, e quello a tempo indeterminato l’eccezione. Inoltre il governo spinge le aziende non solo ad assumere a tempo determinato, ma anche a non rinnovare i contratti: è una vera e propria condanna alla precarietà perpetua. Il ridicolo maggior costo contributivo (1,4% in più a carico dell’imprenditore, ma escluse diverse tipologie di contratti a termine) a questo punto è una presa in giro.

Vale la pena spendere due parole anche sugli interinali (lavoratori somministrati). La relazione quasi non ne parla, ma il governo non se n’è dimenticato: semplicemente, ci aveva già pensato con un decreto legislativo che, zitto zitto, è entrato in vigore una settimana fa (sia pure in attesa di conversione in Parlamento), il D.Lgs. 24 del 2012, che elimina l’obbligo della causale in caso il lavoratore assunto avesse percepito la disoccupazione o altro ammortizzatore da almeno sei mesi. Valgono per questi lavoratori più o meno le stesse considerazioni che abbiamo fatto per i contratti a termine, quanto all’impossibilità di impugnare contratti che, fino a oggi, sarebbero stati considerati illegittimi in tribunale. Il significato anche qui è evidente: più hai bisogno di lavorare, più sei ricattabile, meno diritti ti spettano.

È evidente quindi che se l’attacco all’Articolo 18 punta in primo luogo a togliere diritti ai lavoratori “stabili”, la riforma non risparmia affatto i lavoratori precari, che saranno colpiti almeno quanto gli altri. Un motivo in più per unire tutte le forze disponibili per fermare questo progetto (che del resto deve ancora iniziare il percorso parlamentare), senza divisioni che fanno soltanto il gioco di Monti e soci. Uniti, i lavoratori italiani hanno la forza per respingere l’attacco e cacciare il governo: è ora di esercitare questa forza.

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5 Responses to Occupiamo Piazza Affari… e tutto il resto

  1. Enea Boria

    Caro compagno,
    sabato non potevo proprio muovermi causa perchè bloccato a far l’infermiere improvvisato ( in assenza di stato sociale se hai un invalido grave in famiglia è, appunto, la famiglia che deve arrangiarsi, e non ci sono né sabati né domeniche ), tuttavia ero convinto che fosse quella la circostanza importante della giornata, ben più del “libera la sedia” davanti al pirellone che al di la della causa, anche giusta, non ha obiettivamente la prospettiva di concretizzarsi in alcunchè.

    Ne han parlato molto su Radio Popolare e ho seguito dalla radio la vicenda, essendo contento della partecipazione alla manifestazione.

    Tuttavia, qua, bisogna essere consapevoli della portata sovranazionale della questione.
    Per il 16-19 Maggio la mobilitazione è direttamente a Francoforte: occupy BCE.
    http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Padova-Incontro-OccupyBce-BlockupyFrankfurt/11191
    O si riesce ad essere forti in QUELLA sede o si rischia la fine della Grecia: 2 anni di mobilitazione che stanno andando a spegnersi perchè nella pur giusta rivendicazione quel paese è stato lasciato solo e dopo 2 anni le persone cominciano a non credere più di poter far fare un passo indietro ai governi telecomandati da Merkel-Sarkozi-(Trichet, prima) Draghi-Monti e dalla BCE.

  2. Guarda, personalmente io penso che nessuna manifestazione, in questo momento, possa da sola cambiare i rapporti di forza, né a livello nazionale né a livello europeo.
    Solo fermando l’economia del Paese, la produzione, i trasporti, le comunicazioni si può davvero incidere. Gli scioperi generali in Spagna e in Portogallo sono un primo segnale, l’inizio di un percorso che sarà inevitabilmente molto difficile e incerto. Però la strada non può essere che quella, in Italia e nel resto d’Europa.

  3. Enea Boria

    Per quanto mi riguarda ho il sospetto che in un’epoca di grave contrazione economica che colpisce i settori realmente produttivi – magari il PIL aumenta pure, ma il fatto è che aumenta per aumentano le plusvalenze della finanza maneggiona, ma calano i fatturati di ciò che produce beni e crea occupazione, cioè le nostre economie si sono “finanziarizzate” ed è ristrettissima la cerchia che se ne avvantaggia – sia proprio lo strumento dello sciopero, più o meno generale che sia, ad essere superato dagli eventi.

    I grandi capitali sono in mano alla speculazione più che alla produzione ed al contempo dobbiamo fare i conti con i problemi ambientali per cui non si può continuare ad alimentare una produzione di cui in realtà siamo schiavi, fondata sullo spreco, perchè i problemi di sovrasfruttamento ed inquinamento sono già fin troppo gravi, quindi anche se guidando in altro modo la ripartizione della ricchezza bisogna comunque andare verso un mondo nel quale si “produca meno”.

    In un quadro di questo tipo con i grandi scioperi che cosa hai risolto? Che hai offerto alla controparte un motivo valido, e legale oltretutto, per risparmiare sugli stipendi pagati in una situazione nella quale tutti vorrebbero liberarsi almeno di parte della propria manodopera, cioè gli hai fatto un favore…
    Lo sciopero è uno strumento potente in fasi di espansione economica e di domanda che non riesce a stare dietro all’offerta.
    In situazioni come quella presente rischia di essere un darsi la zappa sui piedi.
    E questo, purtroppo, la controparte ed i suoi vari think tank ( trilateral, adam smith society, aspen institute etc. etc. ) lo hanno capito.

    Allora a cosa serve la manifestazione? ( non necessariamente lo sciopero, anche perchè in questo momento le maggiori ragioni per manifestare le hanno quelli che per definizione non possono scioperare non avendo del tutto un lavoro )

    E’ una vasta operazione di coscienza e consapevolezza collettiva, una operazione culturale, il cui fine è far si che vi sia consapevolezza diffusa su chi sia il vero avversario strutturale e quali sono le dinamiche di potere di cui si fa forte.

    L’operazione successiva sarebbe capire che in un mondo ( orribile ) nel quale hanno monetizzato il valore di qualsiasi cosa i diritti occorre “ricomprarseli”, ovvero che su vasta scala, per la moltitudine, lo strumento più potente non è tanto essere in piazza in 2 milioni contemporaneamente ma organizzarsi a livello europeo ed essere 20 milioni contemporaneamente ad utilizzare quel che si ha nel portafogli in un modo invece che in un altro per finalità politiche.
    ( per mandare via i Marchionne, se non vi è Mitbestimmung nelle fabbriche come in Germania e quindi non lo si può cacciare perchè i lavoratori controllano il 50% del CdA, l’unica è convincere gli azionisti che la politica dei Marchionne non rende, anzi è controproducente, perchè la Fiat non te la compra più nessuno e a fronte di una contrazione del 10% delle vendite del settore, tenere una politica antisindacale in fabbrica comporta una contrazione del 50%, con gli azionisti che pagano il prezzo )

    Se si entra in quest’ottica queste forme collettive di autocoscienza possono essere utili, altrimenti no.

    Certo è che protestare contro il “fiscal compact” davanti al parlamento italiano sicuramente non serve a un cazzo.
    Se però ci fossero 2 milioni di persone di tutte le nazionalità davanti alla sede della BCE, con alle spalle un progetto ben preciso, forse comincerebbero ad aver paura.

  4. Personalmente resto convinto dell’utilità di una grande arma come lo sciopero.
    Non penso (benchè la sua argomentazione contenga non pochi elementi di veità) che come scrive E. Boria l’arma in questione sia “uno strumento potente” solo “in fasi di espansione economica e di domanda che non riesce a stare dietro all’offerta.”
    Se così fosse, il marchionnismo non attecchirebbe.
    Invece attecchisce eccome: i referendum-ricatto di Pomigliano e Mirafiori hanno… scientificamente contemplato proprio l’idea di neutralizzare, impedendolo di fatto e “di diritto” (il diritto della Fiat, beninteso) lo sciopero.
    Magari, sarebbe necessario (anzi indispensabile!) avviare una politica di scioperi anche GENERALI transnazionali, perchè il capitale ha diramazioni tali che un singolo sciopero generale nazionale ha ormai un impatto senz’altro meno forte rispetto a 15-20 anni fa.
    Così, almeno, la penso io.
    Salutone!

    P.s.: caro compagno-avvocato, molto presto, forse già oggi pubblicherò sul mio blog un post in 3 parti sui “3 di Melfi” e più in generale sull’attuale svuotamento dei diritti dei lavoratori e su quello della stessa Costituzione.

  5. Caro Riccardo, sono d’accordo con te.
    Segnalami, magari mettendo anche qui il link, il post sui 3 di Melfi: la questione ovviamente mi interessa molto.
    A presto!

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