Miseria del “libero pensiero” – 1

Il libero pensatoreQuesto post, che per ragioni di lunghezza sarà pubblicato a puntate, trae spunto dall’articolo di Matteo Bertani comparso sul numero 50 di Kronstadt (a proposito, congratulazioni!): L’Era del Diritto & L’Ideologia della Ragione. Tanto per evitare polemiche, o, meglio, per evitare polemiche male indirizzate, chiarisco immediatamente che il post *non ha nulla a che vedere con Bonarda*: così nulla che non sto nemmeno a specificare la varie cose che non ha a che vedere con quel giornale.

Perché allora dedicare tempo ed energie a polemizzare con un tizio che non ho neppure mai visto? Sono forse ossessionato da Matteo Bertani? No di certo. Anche se devo ammettere che da quanto è nata la famosa querelle sul primo numero di Bonarda leggo avidamente ogni suo pezzo. Spero (ma non ho la presunzione di crederlo) che lui faccia altrettanto! (in effetti, forse di tanto in tanto si connette, visto che mi cita 😀 )

Il fatto è che quell’articolo mi dà lo spunto per parlare di questioni che trovo interessanti: politica, filosofia marxista, luoghi comuni da sfatare, etc.. In fondo, e per restare in tema con la questione, Marx aveva il suo Proudhon, Engels il suo Dühring: fatte le debite proporzioni, ci sta che io mi debba accontentare di Matteo Bertani.

La polemica rende il tutto un po’ più divertente, e – dettaglio non trascurabile – più seguito: nella settimana della discussione Avvocato Laser – Kronstadt, le visite al sito si sono quintuplicate: sai mai che anche stavolta… (Lettore, se stai leggendo queste righe, probabilmente significa che *tutto procede secondo i miei piani*!)

Mi scuso in anticipo se eventuali chiose potranno risultare offensive o sgradevoli. Scrivo così, a ciascuno i suoi difetti.

MISERIA DEL “LIBERO PENSIERO”

Ci sono autori che attraverso una prosa semplice, passaggi logici chiari e un linguaggio pratico riescono a rendere accessibili a chiunque concetti complessi e idee originali e profonde.

Matteo Bertani non è tra questi. Appartiene piuttosto alla schiera di quanti, sotto il velo di citazioni più o meno colte, una sintassi barocca e l’abuso di figure retoriche, nascondono luoghi comuni e fruste banalità. È il caso, appunto, della sua ultima fatica, “L’Era del Diritto & l’Ideologia della Ragione”, apparsa sul numero 50 di Kronstadt. Tra una provocazione e un paradosso, si cela grossomodo questo schema argomentativo:

1. Il pensiero ideologico, che si ha ogni volta si cerca di dare una spiegazione generale alla realtà complessa, è nemico del libero pensiero ed è fonte di ogni male.

2. Occorre superare il pensiero ideologico, in quanto inadeguato a spiegare e a intervenire nel presente: un po’ come hanno fatto i partiti di sinistra in Germania e in Spagna.

3. In Italia, al contrario, la Sinistra è schiava dell’Ideologia, mentre la Destra la sta superando. Il PD invece rimane né carne né pesce.

4. Il rilancio della Sinistra passa necessariamente per l’abbandono della “Ideologia” (e magari per un’alleanza con il PD?)

Il mio commento seguirà questo stesso schema. Ogni commento sarà il benvenuto.

1. PENSIERO IDEOLOGICO vs. LIBERO PENSIERO

L’ideologia, vecchia o nuova che sia, è della ragione la più grande ipocrisia. [sic!] Al pari della religione, millenario oppio dei popoli, imbriglia i flussi del libero pensiero, incanalandoli su rigidi binari, verso mete solo in apparenza dotate di senso razionale in totoL’ideologia è una scorciatoia, la più semplice scappatoia, per evitare di mettersi direttamente in gioco, potendo trarre sbrigative conclusioni da complessissimi problemi, al riparo dagli attacchi di pensatori veri, traendo protezione dall’immenso scudo generato dall’aura magica dell’autorevole personaggio storico di turno“.

Innanzitutto, chiariamo il concetto di “Ideologia”. A leggere Bertani, è “ideologica” ogni forma di pensiero con cui si cerchi di fornire una lettura complessiva della società, che astragga necessariamente da ogni singolo particolare riconducendolo, in ultima analisi, a un andamento più generale: l’adesione a simili teorie complessive “è una scorciatoia“. Per esclusione, si deduce che il “libero pensiero” (ed è facile scorgere dietro questa espressione, così come nelle vesti del “pensatore vero”, il volto rassicurante del Bertani), ossia l’unico approccio corretto alla realtà dei fenomeni sociali, consista nell’affrontare ogni questione caso per caso, evitando di tracciare connessioni e regolarità tra i problemi che si pongono di volta in volta.

Strana opinione per uno scienziato, che si dovrebbe occupare proprio di ricondurre i fenomeni particolari a una teoria generale. Opinione comunque rispettabile, ma che non condivido (del resto, agli occhi di un Bertani, io sono certamente uno schiavo dell’Ideologia).

Il tentativo di ricondurre a un quadro generale i fatti particolari, l’infinita varietà, nel tempo e nello spazio, delle relazioni sociali, non è affatto una scorciatoia secondo me. Non lo è neppure l’adesione a una certa teoria, a meno di presupporre che chi vi aderisce lo fa senza avervi riflettuto, accettandola come un dogma. Ecco, un simile atteggiamento, la cieca professione di fede in un’autorità, io lo chiamo ideologico, e in generale lo trovo poco produttivo. Se la critica di Bertani fosse mirata a questo particolare atteggiamento, io sarei d’accordo con lui.

Ma nella sua contrapposizione tra “ideologia” e “libero pensiero” non c’è spazio per questa distinzione essenziale. Da un lato, c’è la già osservata arroganza di chi pensa di saperne più di tutti, e che gli altri siano degli sciocchi o, ben che vada, degli ingenui. Dall’altro, dal punto di vista filosofico, c’è la negazione della possibilità di una filosofia della storia che fornisca ua chiave di lettura valida per intepretare il passato, intervenire nel presente, avere almeno un’idea delle prospettive future. Questa negazione è implicita anche nell’omaggio, chissà quanto sincero, “a chi, nei secoli dei secoli [amen?] ha saputo analizzare la storia a lui contemporanea“: come se solo il qui e ora si potesse analizzare, senza poter spingere lo sguardo più in là.

L’apologia del “libero pensiero” sembrerebbe così limitarsi all’elogio della ristrettezza di vedute, dell’eclettismo sconclusionato. Nel prosieguo si mostrerà come, in realtà, la critica delle “ideologie” non sia altro che il pretesto per la consueta, nient’affatto originale crociata contro una ben precisa, presunta “ideologia”: quella marxista (o, come avrebbe detto mia nonna senza tanti giri di parole, contro “i comunista”).

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8 Responses to Miseria del “libero pensiero” – 1

  1. Matteo Bertani

    Caro avvocato,
    lieto e lusingato di occupare (in)degamente spazi del suo blog e sforzi del suo pensiero, per ora le dico solamente:
    1) Giacchè dichiara senza troppi imbarazzi che ora e con rinnovato interesse puntualmente legge le mie prose, rammenti sempre e senza sviste con il modus operandi del mio dire potrebbe essere riassunto nel quantomai sintetico motto: “infiammare animi per smuovere coscienze”. Ergo spammo iperboli a casaccio che il lettore a suo piacere dovrebbe ridimensionare e a suo sindacabile giudizio dovrebbe interpretare. Ciò che sta facendo lei è concedere il massimo tributo che il mio scrivere vorrebbe.
    2) Con intelligente arguzia che sinceramente riconosco ha già individuato l’obiettivo della mia inviettiva, quando con semplicità scrive: “la cieca professione di fede in un’autorità”.

    In trepidante attesa del suo Anti-Düring, la saluto commosso con rinnovata stima,

    MB

  2. Secondo me Laser ha ben colto un punto chiave della faccenda, ed è ironico che una persona di formazione umanistica lo debba spiegare ad un’altra che è invece di formazione scientifica: tacciare di ideologismo ogni generalizzazione, astrazione e ricerca di regolarità nello studio delle vicende umane significa estromettere il metodo scientifico dalle scienze che hanno basi storiche o anche solo psicologiche.
    Così facendo, l’Uomo diventa inconoscibile e inspiegabile e in questo un oggetto separato da tutto il resto della natura (una forma di alienazione). L’atteggiamento di “liberi pensatori” di questo tipo, con la loro paura superstiziosa di mettere se stessi e i propri simili sotto la lente d’ingrandimento, è in fondo lo stesso della più ideologica di tutte le ideologie: la religione.
    Aspettiamo con curiosità i prossimi capitoli di questa polemica! Ciao.

  3. Matteo Bertani

    Buongiorno Avvocato, perdoni l’assenza ma talvolta ho anche altre attività che mi tengono mentalmente impegnato.

    Vedo in compenso che al solito Marco Vanetti non perde occasione per dimostrare di aver dismesso il pannolino con eccessivo anticipo. Prima mi invita a non farmi i fatti suoi (in merito ad aver rivelato che lui per primo ha imparato una lingua straniera per recarsi a lavorare all’estero, ad avvallo della mia inconfutabile tesi sull’integrazione “da ambo le parti”), poi cade nello stesso falso errore parlando della mia presunta cultura scientifica. Soprassederò in quanto l’atteggiamento appena citato è sintomo di mancanza di argomenti per ribattere, cosa che non mi riguarda nello specifico.

    Mi permetto infatti di fargli gentilmente notare che non ho bisogno dell’onorevole Avvocato Laser, né tantomeno di vanettiani inutili (si perdoni la ridondanza del sinonimo) interventi, per cogliere il ruolo che potrebbero avere le scienze esatte sullo studio della società, essendomi, guardacaso, interessato a lungo di social network e soprattutto di dinamiche delle opinioni su reti più o meno complesse. Ho fatto una tesi in “socio-fisica”, più vari corsi internazionali sull’argomento, tanto per (non) intenderci…

    Sulla necessità di applicare le scienze più disparate alla sociologia potrei quindi essere tendenzialmente d’accordo, con qualche se e molti ma, sintetizzabili in quanto segue. Ricordo a lor signori che anche la biologia è una scienza, e la biologia prevede una cosa che si chiama “selezione naturale”. Siamo forse pronti a considerare di conseguenza gli esatti corrispondenti sociali, ovvero la “selezione culturale” e/o la “selezione linguistica”? Mi spiego: per coerenza non dovremmo lamentarci di un ceppo culturale minoritario che si estingue o che viene fagocitato dal processo di estensione delle culture dominanti. “E’ la scienza bellezza”. E non credo vi piaccia.

    Superato questo primo ostacolo farei notare ulteriormente una cosa curiosa. Siamo d’accordo sul fatto che la scienza proponga modelli generali, che necessitano conferme pratiche e sperimentali. Quello che forse sfugge a Vanetti è che la scienza risulta tutt’altro che immobile: è una disciplina aperta e pronta ad accogliere nuove teorie a patto che queste spieghino quanto illustrato dalle precedenti, magari meglio ed eventualmente di più. La scienza è sempre pronta a farsi autocritica, bollando come spazzatura quanto sentenziato fino ad allora.
    Bene, se volessimo accostare alle scienze lo studio della società dovremmo anche qui, per doveroso senso di coerenza, operare con lo stesso approccio “aperto”. A tale proposito faccio notare che nel 1867, data sicuramente a voi parecchio cara, l’elettromagnetismo, solo per fare un esempio, era tutto fuorché quanto si propone ora: non si aveva nemmeno la minima idea di cosa fosse un’entità comunemente ora detta atomo (con ovvio riferimento a Democrito). Il primo modello atomico moderno (in)degno di tale nome, ad opera di Rutherford, è addirittura datato 1902: il buon vecchio modello a panettone, che ad oggi farebbe ridere perfino un ragazzino del liceo.
    Figuriamoci di cosa sarebbe stato delle teorie relativistiche, o quantistiche, delle prime decadi del novecento, se le più alte autorità scientifiche dell’epoca avessero operato come vorreste fare voi, nel considerare sacre scritture i manuali di fisica dei secoli passati.

    Siate quindi onesti nell’ammettere che sarebbe il caso di prevedere una rivisitazione completa e coerente di quanto scritto nel vostro vecchio testamento.
    Lo dico per voi, lo dico per noi, credo potremmo trarne tutti grande giovamento…

    MB

    ps. non ho ancora avuto modo di riflettere su quanto espresso nelle successive puntate, preghiamo affinché le sacre feste comandate mi diano il tempo ed, ovviamente, la voglia…

  4. A Vanetti ciò che è di Vanetti, parafrasando uno dei miei Autori preferiti: l’Altissimo.

    Quanto al resto, mi limito a una domanda, seria, senza alcun intento di provocazione: quale sarebbe la teoria che spiega la realtà attuale delle relazioni socio-economiche meglio e più del materialismo dialettico illustrato da Marx ed Engels?

    Ah, sulla questione della selezione naturale: naturalmente opera anche per fenomeni sociali o culturali come le lingue parlate, che infatti evolvono nel tempo in direzioni non casuali, ma dettate da una serie di principi (semplificazione, assorbimento di forestierismi, etc.). Anche le culture si estinguono, proprio come i panda: per questo, come per i panda, per conservare la ricchezza della diversità, vengono prese misure per preservarle il più possibile. Ma la questione non merita di essere liquidata con le solite superficiali (e fuorvianti) battute: se interessa, se ne riparlerà in altra sede.

  5. Tagliamo fuori gli insulti e le sbavature, che non sono pertinenti e non meritano risposta. Mi pare invece interessante il resto.

    “[…] la biologia prevede una cosa che si chiama “selezione naturale”. Siamo forse pronti a considerare di conseguenza gli esatti corrispondenti sociali, ovvero la “selezione culturale” e/o la “selezione linguistica”?”

    Dire che la società va studiata in modo scientifico non significa dire che si debbano forzare a tutti i costi analogie con altri campi dello scibile. Ad ogni modo la teoria dell’evoluzione biologica ha sicuramente molti tratti in comuni con il materialismo storico. Non a caso Marx dedicò il primo libro del Capitale proprio a Charles Darwin. Si noti tuttavia che la teoria della selezione naturale ha delle volgarizzazioni che sono oggi considerate superate (“la sopravvivenza del più adatto” intesa come tendenza uniforme verso un presunto optimum) che in campo politico-sociale hanno dato origine ad aberrazioni come il cosiddetto “darwinismo sociale”. L’evoluzionismo va correttamente inteso come teoria della coevoluzione delle specie viventi che si autorganizzano in sistemi ecologici capaci di utilizzare e riutilizzare efficientemente l’energia, non in termini di mero adattamento tramite sopraffazione di altri individui ad un ambiente che si postula statico. Se vediamo la faccenda in quest’ottica, è facile notare le analogie con la teoria marxista dei modi di produzione.

    “per coerenza non dovremmo lamentarci di un ceppo culturale minoritario che si estingue”

    In natura non mi risulta che il destino delle minoranze sia necessariamente l’estinzione. Dipende dalla posizione che ricoprono nel sistema complessivo. Le volpi sono in minoranza rispetto alle formiche ma sopravvivono le une e le altre, perché la biodiversità garantisce una maggiore efficienza energetica e una maggiore adattabilità della biosfera. Ad ogni modo non è che se una cosa succede in natura allora debba essere per forza desiderabile se applicata agli esseri umani.

    “Quello che forse sfugge a Vanetti è che la scienza risulta tutt’altro che immobile: è una disciplina aperta e pronta ad accogliere nuove teorie a patto che queste spieghino quanto illustrato dalle precedenti, magari meglio ed eventualmente di più.”

    Non mi sfugge affatto. Questo deve essere anche l’atteggiamento dei marxisti, che si chiamano appunto “socialisti scientifici”.

    “Figuriamoci di cosa sarebbe stato delle teorie relativistiche, o quantistiche, delle prime decadi del novecento, se le più alte autorità scientifiche dell’epoca avessero operato come vorreste fare voi, nel considerare sacre scritture i manuali di fisica dei secoli passati.”

    Noi non consideriamo sacra scrittura alcunché. Trattiamo con rispetto l’elaborazione teorica che ci ha preceduto, come credo anche Einstein o Heisenberg trattassero rispettosamente Galileo e Newton. Faccio peraltro notare che, per esempio, la relatività non ha rappresentato una negazione integrale della fisica newtoniana, bensì una sua evoluzione. Questo è ciò che è successo anche al marxismo ottocentesco, che si è evoluto nel marxismo novecentesco e ora in quello del XXI secolo, che senza bisogno di negare integralmente le posizioni originarie, ne ha chiariti alcuni aspetti e ha affrontato teoricamente le novità intervenute col progredire della storia (l’imperialismo, il fascismo, lo stalinismo, la bomba atomica, il denaro senza corrispettivo in oro, tutta una serie di questioni ambientali… sono tutte novità che Marx ed Engels non avevano certo affrontato).
    Aggiungo anche che contrariamente a quanto si crede il socialismo scientifico marxiano non si pone nel contesto scientifico tipicamente sette-ottocentesco (newtonismo, linearità, reversibilità della freccia del tempo, paradigma della meccanica, riduzionismo, determinismo) ma per certi versi anticipa tematiche otto-novecentesche (evoluzionismo, non-linearità, storicità, paradigma della biologia, olismo, statistica). Non lo dico io ma per esempio l’evoluzionista S. J. Gould o il premio Nobel per la Chimica I. Prigogine. Anche per questa ragione il marxismo non ha dovuto subire una revisione così radicale come altre teorie coeve.

    “Siate quindi onesti nell’ammettere che sarebbe il caso di prevedere una rivisitazione completa e coerente di quanto scritto nel vostro vecchio testamento.”

    Il metodo scientifico non prevede una data di scadenza per le teorie. Le teorie non diventano “vecchie” perché sono passati 50 anni (come la tettonica delle placche), 100 anni (come la relatività generale) o 150 anni (come il materialismo storico). Le teorie diventano obsolete quando vengono falsificate, e nella misura in cui sono falsificate (la meccanica newtoniana non è considerato spazzatura bensì una buona approssimazione per molti casi che però si discosta troppo dalla realtà sperimentale in certi altri casi). Stiamo dunque aspettando una falsificazione del marxismo capace di abbattere l’intero edificio teorico. Finché non capiterà, resterà in piedi così come restano in piedi la tettonica delle placche e la relatività generale.

    Faccio d’altronde presente che di tutte le dottrine politiche, l’unica con una sua sistematicità che sia più recente del marxismo è il fascismo. Il liberalismo, la democrazia ecc. sono tutti vecchiumi più vecchi del nostro. Il socialismo scientifico è un’idea molto moderna e attuale, che per certi versi ha anticipato i tempi.

  6. PS: Non è vero che ai tempi della pubblicazione del primo libro de “Il capitale” non si sapesse degli atomi, visto che la teoria atomica di Dalton è di inizio Ottocento; vero è che non si sapeva ancora bene come conciliare la teoria atomica, di cui scrive anche Engels come una teoria fisica ben verificata per quanto riguarda la chimica, con l’elettromagnetismo (non foss’altro perché fino alla fine del secolo ancora non si sapeva che la carica elettrica assume solo valori discreti).
    Rappresentare caricaturalmente la seconda metà dell’Ottocento in modo simile a come gli illuministi rappresentavano il Medioevo (un’epoca buia di ignoranza e ciarlataneria) è un atteggiamento – questo sì – molto “ideologico”, volto a sottovalutare tutta la ricchissima produzione teorica dell’umanità nel corso del XIX secolo.

  7. Matteo Bertani

    Sbrigativamente in merito all’ultimo punto.

    Quando parlavo di “modelli atomici” mi riferivo, appunto, a qualcosa degno di menzione. Posso aver esagerato con l’assunto:
    “non si aveva nemmeno la minima idea di cosa fosse un’entità comunemente ora detta atomo”;
    ma guarda caso la frase prima era:
    “A tale proposito faccio notare che nel 1867, data sicuramente a voi parecchio cara, l’elettromagnetismo, solo per fare un esempio, era tutto fuorché quanto si propone ora”

    Non ho nominato Dalton perché a mio avviso, dati i tempi in gioco, la sua intuizione vale forse meno di quella di Democrito. Se non ricordo male, e correggimi se sbaglio, Dalton disse più o meno quanto segue:

    – la materia è formata da componenti indivisibili detti atomi
    – atomi di uno stesso elemento sono uguali
    – gli atomi non si possono né creare né distruggere
    – l’atomo di un elemento non si può trasformare nell’atomo di un altro elemento.

    La fisica nucleare ha invalidato gli ultimi 2 punti, a riprova del limite intrinseco l’approccio chimico di Dalton, che ad ogni modo ha contribuito al progresso della scienza più del sottoscritto.

    Pace all’anima sua e tanto di cappello comunque,

    MB

  8. Piantatela di discutere tra di voi!
    Matteo, invece di perdere tempo a rispondere a Vanetti, leggi le altre due parti del commento.
    Mauro, ti proibisco di replicare ulteriormente quassù.
    🙂

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