Ammortizzatori sociali o reddito di cittadinanza? La posizione dei marxisti

Articolo pubblicato su FalceMartello n. 253.

Soltanto nei primi tre mesi del 2013 oltre un milione di lavoratori è stato in cassa integrazione; di questi, più di metà non ha mai messo piede nel posto di lavoro. I dati dell’Osservatorio della CGIL sulla CIG mettono in luce un aumento complessivo di oltre il 20% tra febbraio e marzo 2013, e di quasi il 12% sul primo trimestre 2012.

In questo contesto si comprende l’allarme destato dall’annuncio dell’ormai ex ministro Fornero, che alcune settimane fa ha dichiarato a rischio i fondi per la CIG in deroga (ossia quella riconosciuta, nelle ipotesi di crisi irreversibile, ai dipendenti delle aziende con meno di 16 dipendenti, e co-finanziata da Stato e Regioni) per il secondo semestre dell’anno. Potenzialmente, rischiano di rimanere privi di un sostegno economico quasi mezzo milione di lavoratori, mentre le domande di accesso a questo ammortizzatore sociale non fanno che moltiplicarsi.

Non a caso, nel suo discorso di insediamento alle Camere, il fresco Presidente del Consiglio Enrico Letta ha inserito il rifinanziamento della Cassa in deroga tra le priorità del nuovo governo: la dichiarazione probabilmente metterà la sordina alle proteste dei giorni scorsi di CGIL CISL e UIL, che minacciavano di mobilitarsi sulla questione, nel timore di perdere l’unica moneta che ormai sono in grado di spendere nelle trattative sindacali. Resta tuttavia da capire quali altri tagli subiranno i lavoratori per mantenere almeno una parte del proprio stipendio durante le crisi aziendali sempre più frequenti.

Non manca, anche a sinistra, chi in questa situazione ripone illusioni nella parola d’ordine del “reddito di cittadinanza”, lanciata in campagna elettorale dal Movimento 5 Stelle e ripresa dallo stesso Letta in questi giorni. La proposta sembra essere quella di un sussidio intorno agli 800 Euro da erogare per un massimo di tre anni in caso di disoccupazione. A prima vista sembra essere una proposta condivisibile, perlomeno finché non viene spiegato come si intende finanziarla. Ci ha pensato Gianroberto Casaleggio poche settimane fa a chiarirlo di fronte a una platea di imprenditori “a 5 stelle”: “A fine giugno scadrà la cassa integrazione straordinaria. Invece di spendere quei soldi, e molti altri ancora, per cercare di salvare aziende in difficoltà, bisogna lasciarle fallire serenamente. Così si eviterebbe di buttare soldi inutilmente, e li si potrebbe investire per il reddito di cittadinanza”.

Ecco dunque che cosa propone in buona sostanza il M5S: eliminare un sussidio destinato ai dipendenti di aziende in crisi, e legato al loro posto di lavoro e al loro salario, per destinarlo, per un periodo di tempo limitato, a chi è disoccupato, sganciandolo completamente dalla difesa del posto e delle condizioni di lavoro. L’abbandono di ogni prospettiva di classe, che ponga l’accento sul diritto a lavorare e sulla necessità di strappare al padrone condizioni e salari migliori, in favore di una prospettiva di generica “cittadinanza”, è del tutto funzionale al progetto di Casaleggio e soci di soffocare sul nascere ogni prospettiva di lotta nascondendo l’unico punto di riferimento possibile per tutte le categorie di sfruttati: la classe operaia. Non è certo casuale che su questa linea abbia trovato prontamente piena convergenza con il nuovo governo di larghe intese.

Noi rifiutiamo la guerra fra poveri e lottiamo per l’unificazione delle vertenze di disoccupati e precari, cassaintegrati ed esodati.

Il trattamento di cassa integrazione è sempre più spesso quello che separa i lavoratori e le loro famiglie dalla miseria più nera. Bisogna rivendicare che sia mantenuto, finanziato ed esteso a tutte le categorie di lavoratori, senza distinzioni in base alle dimensioni dell’azienda o al contratto. Allo stesso tempo, lottiamo per un salario garantito per tutti i disoccupati e i precari, senza limiti di tempo. I soldi per farlo, non mancano di certo: basta pensare che lo Stato ha versato a fondo perduto nelle casse di Monte dei Paschi di Siena 4 miliardi di Euro nel solo 2013, dopo che altrettanti erano stati regalati l’anno scorso.

Piuttosto, occorre affrontare alla radice e risolvere le cause che hanno provocato l’aumento della disoccupazione e del ricorso alla cassa integrazione, togliendo dalle grinfie del grande padronato e delle banche le leve dell’economia. Con il denaro che ha speso in incentivi e sussidi a fondo perduto, lo Stato potrebbe acquistare tutte le grandi aziende che ne hanno beneficiato in questi anni, a partire dalla FIAT, non per risanarle e poi svenderle nuovamente ai privati, ma per riconvertirle, sotto il controllo dei loro lavoratori, a una produzione socialmente utile ed ecologicamente sostenibile, che promuoverebbe la piena occupazione e un rilancio economico di cui potrebbe beneficiare tutta la società.

Be Sociable, Share!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *