Scandalo al CSM!

Il principio della separazione dei poteri venne enunciato da Montesquieu nel 1751, come uno dei fondamenti del buon governo della borghesia, che viveva il suo momento di impetuosa ascesa. Già allora il principio era tale solo sulla carta, figuriamoci adesso che il capitalismo è in fase di putrefazione! Oggi la democrazia borghese non è più in grado neppure di salvare le apparenze: e siccome, si sa, il pesce puzza dalla testa, a finire travolto dagli scandali in queste settimane è proprio il vertice dell’intero ordinamento giudiziario, il Consiglio superiore della magistratura.

Il Csm è l’organo che dovrebbe garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura “da ogni altro potere”. Tra le altre funzioni, decide quale giudice viene assegnato a quale procura, e quindi a quali indagini e processi; inoltre gestisce in maniera autonoma i procedimenti disciplinari a carico dei giudici che si comportano male. Dei suoi ventisette membri, tre lo sono di diritto, fra cui il Presidente della Repubblica, che lo presiede; gli altri sono eletti per due terzi dai magistrati e per un terzo dal Parlamento.

Se dovessi fare un riassunto di tutta la vicenda, perlomeno di quella parte che è arrivata fino ai giornali, perderei un paio di giorni e probabilmente non ne verrei comunque a capo. D’altra parte non è la cronaca giudiziaria di per sé quel che mi interessa della faccenda.

Basti dire allora che le indagini hanno preso avvio dalle torbide manovre intorno alla nomina del nuovo capo della procura di Roma, dove (e forse per il fatto che) è incardinato tra gli altri il processo a carico di Luca Lotti, deputato PD , già sottosegretario nel governo Renzi e ministro sotto Gentiloni; Lotti è imputato per favoreggiamento in un caso di corruzione in appalti pubblici. Nel giro di poche settimane l’inchiesta si è estesa intrecciandosi con altre indagini in corso in almeno tre diverse procure, in quello che sempre di più appare un ginepraio inestricabile di malaffare.

A essere coinvolti sono tutti i poteri dello Stato. Da un lato i vertici della magistratura: sei consiglieri del Csm si sono dimessi o autosospesi dalla carica, l’ultimo della serie (a oggi) è Riccardo Fuzio, procuratore generale della Corte di Cassazione (e in quanto tale altro membro di diritto del Csm), proprio la carica da cui dipende il controllo disciplinare sugli altri magistrati. Che dire: il più pulito ha la rogna. Dall’altro lato parlamentari ed ex ministri e sottosegretari (oltre a Lotti, è coinvolto anche Cosimo Ferri, deputato del PD e già sottosegretario nei governi Letta, Renzi e Gentiloni). Lo scandalo, secondo le cronache giornalistiche, lambisce perfino le pendici del Quirinale.

Dietro le quinte, emergono gli interessi di grandi aziende (fra tutti Eni, il cui amministratore delegato è attualmente imputato in un processo per corruzione internazionale legato ad appalti in Nigeria): sono queste a muovere i fili delle marionette attraverso un intricato sistema di faccendieri e lobbisti, e con metodi che sembrano andare senza soluzione di continuità dalle semplici “relazioni pericolose” alle pressioni indebite, al dossieraggio, fino alla corruzione vera e propria. Il tutto, essenzialmente, per garantirsi l’impunità, in particolare attraverso la rimozione di magistrati ritenuti ostili e la nomina di altri più accomodanti. I padroni di ArcelorMittal, che non sono italiani e forse sono meno abituati a queste pratiche, l’impunità invece la chiedono direttamente al governo, minacciando altrimenti di andarsene col pallone.

Al di là dei risvolti strettamente giudiziari – che comunque sembrano decisamente clamorosi – l’effetto politico da sottolineare è l’ulteriore colpo che le inchieste stanno infliggendo alla fiducia dei cittadini nelle istituzioni. L’unica consolazione, per i loro rappresentanti, è che la fiducia nelle istituzioni fosse già così scarsa che in fondo nessuno si stupisce più di tanto.

Questa sfiducia costituisce però una seria minaccia per la classe dominante, che attraverso l’apparato dello Stato esercita il suo controllo sull’economia e sulla società: è un ulteriore elemento di instabilità in un quadro già fin troppo precario per gli interessi del capitale. Ecco perché queste stesse istituzioni, attraverso i meno screditati tra i loro rappresentanti, si mobilitano in questi giorni per gettare acqua sul fuoco: da Mattarella (presidente del Csm oltre che della Repubblica) che ammonisce di “cambiare pagina”, al ministro della giustizia grillino Bonafede che annuncia una riforma della giustizia.

Di passaggio, è interessante notare che gli appelli all’indipendenza della magistratura risuonano in contemporanea con gli strali di Salvini e della Lega contro i magistrati “colpevoli” di non applicare adeguatamente il decreto sicurezza (come nel caso della Sea Watch): in pratica, proprio mentre da un lato si scopre che la magistratura non è affatto super partes come la dipingono i cultori della “legalità”, dall’altro il governo accusa singoli giudici di non aver assecondato a sufficienza le necessità politiche del potere esecutivo.

Ecco perché gli strepiti di Mattarella e il mea culpa dei magistrati non sono che lacrime nella pioggia. È chiaro a tutti infatti che la corruzione, a ogni livello, è un tratto endemico nelle istituzioni. Come marxisti dobbiamo spiegare che non si tratta di un fenomeno accidentale, ma di un elemento intrinseco nel capitalismo: come scrisse Engels, la borghesia è obbligata a usare (anche) la corruzione per poter esercitare il proprio dominio di classe in un regime formalmente democratico. Non la proclamazione formale della separazione dei poteri, ma soltanto il rovesciamento rivoluzionario di questo dominio potrà estirpare definitivamente questa piaga. Con buona pace di Montesquieu.

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