Tifiamo indipendenza

Alla fine hanno votato, nonostante le cariche e le botte e i proiettili di gomma (gli stessi che nel 2012 costarono un occhio a Nicola Tanno, e che oggi, anche grazie alla sua battaglia, sono teoricamente illegali). Hanno votato grazie al coraggio e alla determinazione di chi ha passato due notti nei seggi elettorali per impedire che venissero sigillati, di chi ha sfidato i manganelli (che non hanno risparmiato neppure i vigili del fuoco catalani) per impedire che la guardia civil, oltre ai corpi di pacifici cittadini, calpestasse anche il diritto a esprimere il proprio dissenso.

Hanno votato in più di due milioni su un elettorato di circa cinque milioni e mezzo (ma dal totale degli aventi diritto bisogna sottrarre quelli dei seggi che la polizia spagnola è riuscita a chiudere) e in due milioni hanno votato Sì.

Ora, per dare un giudizio sensato su quello che sta accadendo in Catalogna credo sia necessario mettere a fuoco le questioni importanti, e chiudere nel cassetto dell’irrilevanza quelle insignificanti e (volutamente) fuorvianti.

Certamente la bandiera indipendentista in Catalogna non era, fino a poche settimane fa, una bandiera anticapitalista o di sinistra. Solo piccoli settori della sinistra radicale in Catalogna hanno assunto fin da principio una posizione indipendentista; la stessa Colau aveva dichiarato che avrebbe votato scheda bianca. A promuovere il referendum, e teoricamente, ancora adesso, a guidare formalmente il movimento, sono principalmente partiti rappresentativi di settori della borghesia, guidati da personaggi impresentabili come Carles Puidgemont e, prima, Artur Mas.

Ma i processi sociali non sono fotografie immobili, sono organismi vivi e in continuo mutamento: quel che era vero il 10 settembre, il giorno prima della Diada, non era più vero una settimana fa e non è più vero oggi. Sarà ancora meno vero domani. Molti di quelli che si sono mobilitati ieri l’hanno fatto anche per esprimere un dissenso radicale contro il governo dello Stato spagnolo che, in queste settimane, ha mostrato una volta di più la sua natura autoritaria e la sua stretta parentela con il regime franchista: le immagini di ieri spiegano più di mille parole. L’hanno fatto nell’unico modo che in questo momento avevano a disposizione, utilizzando lo strumento del referendum per l’indipendenza, non diversamente da quanto era accaduto in Italia il 4 dicembre e (almeno in parte) in Gran Bretagna con la Brexit.

La ferocia del governo nel reprimere il dissenso è pari solo a quella mostrata nelle riforme politiche ed economiche fin dal suo insediamento: il suoJobs Act, Rajoy l’ha approvato per decreto già nel 2012, tanto per fare un esempio. Senza bisogno di scomodare la guerra civile del 1936-’39 (ma in realtà non è affatto campato in aria scomodarla), la Catalogna è sempre stata in prima fila nelle mobilitazioni contro queste politiche, in primis Barcellona che ha eletto sindaco due anni fa un’attivista e dirigente del movimento contro gli sfratti, Ada Colau.

Da questo punto di vista la mobilitazione di questi giorni è imparentata con quelle che negli anni scorsi hanno attraversato tutta la Spagna. Questo spiega una volta di più la durezza della reazione del governo (e il sostegno appena un po’ imbarazzato che gli ha accordato l’Unione Europea), ma soprattutto spiega per quale ragione centinaia di migliaia di persone, che fino a dieci giorni fa non avevano alcuna intenzione di partecipare al referendum, ieri hanno sfidato la guardia civil. Credo che chiunque conosca qualcuno che vive a Barcellona e dintorni abbia potuto ascoltare storie di questo tipo.

Per come la situazione si è sviluppata, oggi la vittoria del movimento per l’indipendenza in Catalogna è il colpo più duro che possa essere inferto a uno dei governi più reazionari della reazionaria Europa. Cosa perfino più importante, oggi il movimento per l’indipendenza in Catalogna, a dispetto dei suoi leader borghesi, si sta sempre di più radicalizzando a sinistra, sta catalizzando la lotta di tutta la Spagna contro il governo Rajoy e le sue politiche di austerità. La frase sul manifesto all’inizio di questo post è un’ottima sintesi:

Indebolire lo Stato con l’indipendenza significa favorire il movimento rivoluzionario di tutto lo Stato.

Le manifestazioni di solidarietà che si sono tenute ieri in tutta la Spagna sono un segnale di questo processo. Lo sciopero generale convocato per domani sarà un’altro passo nella stessa direzione.

Questo è il punto fondamentale. Per questo chiunque si dichiari di sinistra, oggi, non può che tifare per l’indipendenza della Catalogna. Molte delle argomentazioni contro il referendum lette e ascoltate in questi giorni, quasi tutte di carattere legalitario e formale, non colgono davvero nel segno. Chi le utilizza, o è in malafede e allora non vale la pena discuterci, o non ha (ancora) capito che cosa sta succedendo. Ecco una breve rassegna delle principali:

  • il referendum è anticostituzionale/è stato convocato senza il rispetto delle procedure: anche considerando l’origine della Costituzione spagnola, monarchica e figlia di un compromesso con il regime franchista, è un’obiezione ridicola. La Generalitat catalana ha cercato a più riprese, negli ultimi anni, di instaurare un dialogo con il governo di Madrid, che ha respinto ogni istanza. In concreto, non c’era alternativa alle modalità con cui è stato indetto il referendum.
  • ha votato meno del 50%: sotto la minaccia piuttosto concreta della guardia civil, che ha provocato quasi un migliaio di feriti, ha votato circa il 40% di chi ne aveva il diritto. È impossibile quantificare il numero di coloro a cui questo diritto è stato sottratto con la violenza. Ma la domanda che bisogna porsi qui è: “ma se domani venisse proclamata l’indipendenza, ci sarebbero in Catalogna mobilitazioni di massa per difendere l’unità nazionale?“. Chiunque abbia occhi per vedere può darsi la risposta.
  • la divisione su basi nazionali è sempre dannosa per le classi oppresse: in alcuni casi sì, in altri no. Dipende, in buona sostanza, da chi guida (per davvero, e non solo formalmente) il processo di indipendenza. Oggi l’indipendenza della Catalogna avrebbe un effetto positivo sulla lotta di classe in tutto lo Stato spagnolo, colpendo al cuore il suo governo reazionario e aprendo la strada a tutti gli altri movimenti di protesta. Dei due nazionalismi, quello spagnolista e quello catalano, è il primo a discriminare e reprimere le proprie minoranze, non certo il secondo. In ogni caso è chiaro che bisogna sostenere i settori del movimento che collegano apertamente la prospettiva indipendentista a quella progressista e sociale: in questo momento sono quelli con il vento in poppa.

Uniamoci a questo vento, più sarà forte prima saranno spazzati via i governi marci di tutta Europa.

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