La mitica Numero Uno

Caro Diario Blog,

scusami se sono sparito per un po’, è che in questo inizio 2017 ho avuto un po’ da fare. La buona notizia è che adesso sono “titolare presso me stesso” (anche se mi tengo stretta la mia laurea in Giurisprudenza, in attesa di diplomarmi all’università della strada) perché il mio Mentore, l’avv. Giovannelli, ha deciso di cominciare a dedicarsi un po’ di più ai fatti suoi, lasciando a me l’incombenza di occuparmi dei diritti dei lavoratori anche al posto suo.

Per ragioni complicate che non sto a spiegarti, ho cambiato stanza, anche se lo studio è sempre in via Cadore n. 36 a Milano. Anche se in miniatura, è stato pur sempre un trasloco, con il suo carico di fatiche, disguidi, imprecazioni, fastidi di ogni tipo. Adesso è quasi finito. Alle pareti ho appeso una stampa numerata di Ibrahim Kodra (“La lotta per il potere“) che mi ha regalato (o prestato, non ho capito bene) Giovannelli, un paio di riproduzioni di manifesti del Maggio francese (“Ceder un peu c’est capituler beaucoup“: quanto è vero!), un ordine del giorno della 7a Brigata G.A.P. Garibaldi “Gianni” di Bologna (“Morte all’invasore tedesco! Morte ai traditori fascisti!“), dono (questo sì) di Giovannelli, un curioso ideogramma regalatomi dal mio amato professore di Filosofia del diritto, Amedeo G. Conte, nel lontano 2000. È in attesa di trovare una cornice adatta una bellissima riproduzione in carta di riso di un poster di propaganda bellica vietnamita, “Uniti in un ideale comune“, che mi ha regalato la mia cara sorellina. Un’altra volta ti descriverò che cosa ho disposto sugli scaffali, e magari ti mostrerò qualche foto.

Invece adesso volevo raccontarti di un reperto che ho ritrovato mentre annaspavo tra vecchi fascicoli. È la prima causa che ho firmato come difensore nello studio dell’avv. Giovannelli, quando ancora ero praticante e potevo difendere in proprio solo nelle controversie di scarso valore. La mitica Numero Uno.

Il ricorso porta la data del 23 gennaio 2006. Si trattava di un programmatore che, dopo aver lavorato un paio di mesi da stagista, non aveva ricevuto neppure i miserabili trecento Euro previsti dal contratto. Prima di fare la causa, li aveva chiesti in ogni modo, ma inutilmente. Mi ricordo bene tutto, nonostante di acqua sotto i ponti ne sia passata un po’. Ero così emozionato per la mia prima firma che avevo sbagliato a stampare la delega, per cui c’era tutto un pasticcio di sbianchetto. I pasticci del Tribunale sarebbero stati molto peggiori. La società era sostanzialmente sparita, per cui notificare il ricorso era stato un incubo: avevo dovuto chiedere un rinvio della prima udienza perché gli ufficiali giudiziari l’avevano trovata troppo tardi. La causa era stata assegnata a un giudice molto simpatico, di cui non farò il nome. Dopo una serie di rinvii, aveva deciso che bisognava tentare una nuova notifica del ricorso. Nel frattempo, però, il Tribunale gli aveva tolto tutte le cause perché era rimasto indietro con la pubblicazione delle sentenze, perciò anche la mia era rimasta congelata, in attesa che arrivasse un nuovo giudice: questo nel novembre 2006 (ho tutti i provvedimenti sotto gli occhi in questo momento: li leggo dietro una coltre di lacrime che si stanno addensando). A giugno 2007 venne nominato il nuovo giudice, che fissò l’udienza per gennaio 2008. Ma nel frattempo il nuovo giudice era andato in maternità, ed era stato sostituito da un altro ancora. Finalmente a inizio 2008 il terzo giudice accolse il ricorso. Inutile dire che, passati due anni, della piccola società e dei suoi amministratori non c’era più traccia: tutti i tentativi di notificare l’atto di precetto furono vani, e non trattandosi di un lavoratore dipendente non ci fu alcun modo di recuperare i trecento Euro iniziali, né tanto meno i cinquecento Euro di spese legali. Fine della storia.

Non è sempre così, per fortuna. Negli undici anni che sono trascorsi dal deposito di quel ricorso credo di essere stato utile a qualcuno, non foss’altro perché spesso i padroni sono così arroganti da violare i diritti più elementari dei lavoratori senza neppure preoccuparsi di coprire le tracce, certi di rimanere impuniti. Tuttavia credo che conserverò questo fascicolo fino a quando farò questo lavoro, per ricordarmi che, se si vuole davvero tutelare i diritti dei più deboli, occorre farlo soprattutto fuori dalle aule dei tribunali.

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2 Responses to La mitica Numero Uno

  1. “per ricordarmi che, se si vuole davvero tutelare i diritti dei più deboli, occorre farlo soprattutto fuori dalle aule dei tribunali.”

    É l’incipit di un Batman in salsa Avvocato Laser questo! 😉

    Oltre che una triste fotografia della realtà dei tribunali italiani 🙁

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