Amare Rogue One: A Star Wars Story

Quando ho iniziato a scrivere questo post, Carrie Fisher era ancora tra noi. Adesso invece insegna agli angeli che le principesse sono perfettamente capaci di salvarsi da sé. Per quanto possa contare, le dedico questo commento che si trova anche su FantasyMagazine.

La locandina del film sullo schermo della sala Energia del cinema Arcadia di Melzo

Devo riconoscere che la mia passione per Guerre Stellari ha una forte componente irrazionale, basata sull’affetto, la nostalgia, il piacere di quell’epica ingenua che ci incanta da bambini. In nome di questa passione ho compiuto gesti orribili: andare in giro vestito da Jedi, spendere 10 Euro per vedere al cinema la versione in 3D di Episodio I, fare acquisti insensati per completare in una settimana la raccolta dei pupazzetti dell’Esselunga.

La ragione principale per cui ho amato Rogue One: A Star Wars Story è che fornisce una causa che almeno in parte giustifica tutti questi misfatti, e gli altri che sicuramente verranno.

È Guerre Stellari. Anzi no

È interessante che Rogue One riesca in questa difficile impresa pur non essendo – anzi, proprio perché non è – a dispetto del nome, un film di Guerre Stellari. Lo si capisce fin dalla prima inquadratura, per l’assenza spiazzante dei famosi incipit a scorrimento, e diventa sempre più evidente man mano che si dipana la vicenda.

È vero che la storia è sempre quella dell’Alleanza Ribelle contro il malvagio Impero, ma le somiglianze finiscono più o meno qui. Spiccano invece le differenze.

La principale è la pressoché totale assenza della Forza, che in Episodio VII era invece tanto protagonista da comparire fin dal titolo. Quello di Rogue One è un universo sostanzialmente privo di soprannaturale e dunque, al netto delle astronavi e dei viaggi spaziali, profondamente verosimile. Sprovvisti di poteri, i protagonisti acquistano profondità rispetto ai personaggi della saga classica: la loro complessità riflette quella del mondo reale e non è soltanto legata a funzioni e tappe narrative, e per questo ha un significato tutto nuovo.

Non ci sono più i Buoni di una volta

L’Alleanza Ribelle veniva rappresentata nei vecchi film come un blocco monolitico di eroi, in cui i capi decidevano e i soldati eseguivano: il suo colore era il bianco senza macchie dei vestiti della principessa Leia (e qui scusate, mi si inumidiscono gli occhi).

Rogue One invece ci mostra tutte le scale del grigio. È emblematico che il capitano Cassian faccia il suo ingresso in scena assassinando a tradimento un compagno pur di riuscire a trasmettere un’informazione. Luke non l’avrebbe mai fatto. Ora scopriamo invece che nell’Alleanza ci sono diverse fazioni, dagli estremisti di Saw Gerrera ai capitolardi pronti ad arrendersi di fronte alla Morte Nera, con in mezzo tutta un’ala moderata (centrista, la si potrebbe definire) pronta a oscillare di qua e di là a seconda del momento.

Per inciso, il cammeo finale di Leia Organa sulla nave consolare che sarà abbordata nell’incipit di Episodio IV è il giusto riconoscimento dell’importanza del personaggio nel quadro dell’Alleanza Ribelle: in effetti è l’elemento che congiunge la componente dei “politici” tendenzialmente moderati come Bail Organa e Mon Mothma con quella degli “estremisti” come Saw Gerrera. È un peccato che il tributo a questo personaggio meraviglioso, che è tristemente diventato anche un omaggio alla splendida Carrie Fisher, sia stato rovinato dalla scelta della CGI, francamente evitabile.

Per quanto ovviamente ci sia una semplificazione, le scelte sono presentate come soluzioni a conflitti reali, e non presentate semplicemente come l’opzione migliore. Così rimane discutibile la condotta di Galen Erso che decide di aiutare l’Impero a costruire la Morte Nera, ma compensa almeno in parte questa capitolazione consentendo ai Ribelli di trovare il modo di distruggerla.

Allo stesso modo la via seguita da Saw Gerrera, l’estremista che “ha creato molti problemi all’Alleanza” e che viene dipinto come un paranoico, per quanto sconfitta mantiene una dimensione dignitosa e per certi aspetti eroica. In quest’ottica, è davvero coraggioso in un blockbuster di questo genere l’accostamento esplicito tra i militanti di Gerrera, che appartengono pur sempre al campo dei Buoni, e i terroristi, nella scena in cui assalgono un convoglio imperiale. Non è un concetto banale che, agli occhi di qualunque regime, chi si organizza per ribellarsi appaia sempre come un terrorista: quello che è vero per la nostra Resistenza contro il nazifascismo vale anche per la Ribellione contro l’Imperatore Palpatine.

Dal film emerge in fondo l’idea che il modo più efficace per combattere l’oppressione sia la via più moderata (comunque in questo caso non priva di audacia rivoluzionaria), che per prevalere deve sconfiggere la fazione estremista. Personalmente non la condivido. Tuttavia trovo estremamente interessante che queste differenze, che esistono nella realtà, vengano rappresentate anche nell’universo di Guerre Stellari.

In fin dei conti – ed è questa la grande differenza rispetto alla trilogia originale – quello che consente di distinguere il Bene dal Male non sono i metodi, ma è la causa, come spiega Cassian: in nome di un ideale giusto si può anche uccidere, se è necessario, anche senza perdere la propria umanità. Il modo in cui in Rogue One è rappresentato l’Impero è funzionale a questa concezione e non lascia dubbi sul fatto che combatterlo sia una causa giusta.

L’Impero del Male

Non è che in Guerre Stellari i cattivi non fossero cattivi: anzi, parafrasando Zoolander, erano “cattivi cattivi in modo assurdo”. Il che rendeva figure come l’Imperatore o lo stesso Darth Vader del primo film dei perfetti simboli del Male, ma perciò stesso talmente assoluti da essere difficilmente calabili nella realtà. Del resto, specialmente nella trilogia classica, i veri cattivi erano solamente i capi: Palpatine, Vader, il governatore Tarkin. Gli altri, a cominciare dagli ufficiali che avevano “deluso per l’ultima volta”, erano poco più che macchiette, mentre le truppe d’assalto erano puramente coreografiche.

Nei tre prequel George Lucas aveva cercato di fornire uno scorcio sulle complesse trame politiche che portarono alla costituzione dell’Impero, ma è stato soltanto con Il Risveglio della Forza che i Cattivi hanno cominciato ad assumere sembianze “storiche” e realistiche, con la diserzione di Finn e l’accostamento esplicito tra il Nuovo Ordine e il Terzo Reich.

Ma se in Episodio VII questo accostamento era essenzialmente estetico (la parata dei soldati sulla base Starkiller come il raduno di Norimberga), in Rogue One è la sostanza della dominazione imperiale a essere compiutamente descritta e paragonata al regime nazista e ai suoi orrori. Subito dopo il prologo, Jyn compare prigioniera in un “campo di lavoro imperiale”; a Jedha osserviamo la violenza e l’oppressione quotidiana delle truppe di occupazione, non più semplici sagome da buggerare con i trucchi mentali Jedi come a Mos Eisley. La stessa Morte Nera ha effetti molto più realistici che nella trilogia classica: la distruzione di Alderaan era qualcosa di inconcepibile, “come se milioni di voci gridassero terrorizzate e a un tratto si fossero zittite”; la distruzione di Jedha, e poi di Scarif, somiglia invece terribilmente alle immagini delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e acquista in verosimiglianza soprattutto perché la osserviamo non solo dallo spazio, ma anche dal basso, prima di venirne travolti insieme ai protagonisti.

Perfino i villain della prima trilogia, il governatore Tarkin e Darth Vader, acquistano in ferocia. Se per quanto riguarda Tarkin (l’orribile ricostruzione in CGI di Peter Cushing è il principale difetto del film) l’effetto è raggiunto semplicemente dando più spazio a un personaggio che già in origine era rappresentato come il più cinico e perfido dei burocrati, è interessantissimo e davvero riuscito il lavoro fatto su Darth Vader. Dal braccio destro dell’Imperatore sparisce ogni cenno di quell’umanità che nella saga originale serviva a preparare la sua conversione finale. Rimane l’essere che “è più una macchina, ora, che un uomo”, in continuità con le scene finali (le uniche davvero memorabili) di Episodio III, agghiacciante fin da quando compare nel suo palazzo sul vulcano – non a caso proprio sul pianeta Mustafar dove si è compiuta la sua trasformazione – come un ombra colossale che si staglia in controluce, terrorizzando il pur potente direttore Krennic. Così come è terrificante nella sequenza finale in cui massacra i ribelli sulla nave dell’Alleanza appena abbordata, in una scena che congiunge idealmente il finale di Episodio III (Anakin che fa strage dei padowan nel tempio) e l’inizio di Episodio IV (l’abbordaggio alla nave consolare della principessa Leia).

Buchi spiegati, buchi colmati

Uno dei maggiori pregi del film, dal mio punto di vista di appassionato di Star Wars, è l’equilibrio tutt’altro che semplice ma ben riuscito tra elementi di continuità e di discontinuità con i tre cicli canonici, compreso quello dei prequel. Pur non essendo un film di Guerre Stellari, Rogue One è un film che parla di Guerre Stellari e contribuisce notevolmente ad arricchire e spiegare questo universo.

Il contributo è a un primo livello narrativo, perché colma alcune lacune e fornisce spiegazioni convincenti a interrogativi aperti da quarant’anni: ad esempio, finalmente sappiamo per quale motivo la Morte Nera avesse quel famigerato “buco” che sembrava semplicemente di sceneggiatura.

Ma a un livello più profondo, e secondo me più importante, a essere colmata è una lacuna di “significato” che è una delle caratteristiche programmatiche del canone di Guerre Stellari e per certi aspetti uno dei segreti del suo successo. Grazie a Rogue One, adesso possiamo continuare ad amare questo meraviglioso universo non solo perché è bello, ma anche perché è giusto.

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3 Responses to Amare Rogue One: A Star Wars Story

  1. Marta

    Qualche nota sparsa (SPOILER-ish).

    1. Andando in battaglia, Jyn esorta i ribelli con una frase di Saw Gerrera. Detto tutto.

    2. Jyn ha qualche motivo oggettivo per essere incazzata come una jena con i ribelli, visto lo scherzo che le ha tirato Saw Gerrera. Andor ha combattuto tutta la vita, lei ha iniziato – ma è stata tradita dai compagni di lotta (che erano anche figure paterne, per di più). La sua apatia politica è una patina di difesa pronta a crollare davanti al ritorno dei padri – è pur sempre Star Wars.

    3. Quello che Gerrera non capisce, la miccia che Jyn accende, è la fiducia reciproca tra i compagni di lotta. Abbracciarli guardandoli negli occhi.

    3/bis. Che poi è una forma di speranza.

    4. La causa fa la differenza – a patto di essere pronti a dare tutto. Lo sa Andor e lo fa. Lo sanno Mon Mothma e Bail Organa, anche se temporeggiano. Lo capisce Jyn, e diventa invincibile.

    5. Il sorriso di Mon Mothma nel dare inizio a una guerra, pur sapendo che sarà sanguinosa. Fa paura.

    6. “Fighting on the beaches” – e vai di Winston Churchill.

    7. “For Jeddha” – e abbiamo anche l’Alamo.

    8. Avendo questo finale, che coraggio totale ha Leia nel dire a Vader “sono in missione diplomatica” e tutto il resto?

    9. Alla seconda visione ho pianto, finalmente.

  2. Spunti interessanti, anche se ci si può spingere ancora un po’ oltre con l’interpretazione (creativa e soggettiva, sia chiaro).
    Il punto, volendo rimanere nel contesto e giocare un po’ con l’interpretazione creativa, è chi mantiene il controllo della situazione e per quali scopi. Lo scopo di Mon Mothma è restaurare la vecchia Repubblica, né più né meno: un regime in cui ci sono soprusi, privilegi, sfruttamento, perfino la schiavitù è tollerata. Sorride nel dare inizio alla guerra, ma anche perché non è lei in prima linea in una missione che sa essere suicida. Sarà invece lei a coglierne i frutti dopo la morte dell’Imperatore. Lei, e non Leia, che come vediamo in Episodio VII non fa parte del nuovo/vecchio establishment. Leia, e Jyn che esplicitamente si muove su quel filone, accettano di combattere (anche con i metodi di Gerrera) per far trionfare un’Alleanza Ribelle che sanno essere sostanzialmente moderata – benché pronta a sfruttarne l’eroismo quando serve. Saw invece no: perché è uno squilibrato, suggeriscono semplificando gli autori del film; perché è portatore di valori incompatibili con quella che comunque è una restaurazione del potere pre-imperiale, piace a me pensare. Questa secondo me è una differenza molto significativa.

  3. Livio

    Ho apprezzato veramente tanto questo film e leggere una recensione come questa non fa che rendermi ancora più contento di averlo visto! Mi hai fatto ben riflettere su aspetti legati alle fazioni dei ribelli che ripensandoci trovano perfettamente un senso! Ancora complimenti!

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