L’età dell’innocenza

I primi capelli mi si sono imbiancati alla fine dell’università, perciò sono altri, per me, i segnali del tempo che scorre, come un fiume in cui non ci si può bagnare due volte.

Per esempio.

In queste settimane mi sto occupando della triste vertenza di un gruppo di lavoratori, dipendenti (ormai ex) di un’impresa pavese di arredamento e materiali per il faidate: Casaviva. Dopo un parziale cambio di proprietà e di gestione, l’azienda ha smesso di pagare i dipendenti, che hanno accumulato ciascuno almeno tre mesi di stipendi arretrati, mentre piovevano pignoramenti dai fornitori e gli incassi venivano stornati verso destinazioni non bene identificate. Da gennaio, poi, il titolare aveva chiuso il negozio, spiegando che sarebbero stati effettuati lavori di ristrutturazione: poteva sembrare invece una scusa per portar via i pochi macchinari e merci di valore non ancora pignorati. Purtroppo sono scene tutt’altro che inedite. In ogni caso, nelle settimane successive, non ci sono stati lavori di sorta.

Il Tribunale di Pavia, con lodevole celerità, ha concesso ai lavoratori di effettuare un sequestro conservativo sui beni della società, per un valore di circa sessantamila Euro: una misura preventiva e cautelare per evitare che, nei tempi che occorrono per ottenere una condanna e i relativi pagamenti, sparisse tutto quanto.

Un paio di settimane fa, un bel lunedì pomeriggio soleggiato, sono andato con l’ufficiale giudiziario e gli addetti dell’Istituto vendite giudiziarie al negozio di Casaviva, sulla via Vigentina, ad eseguire il sequestro. Funziona così: si arriva, si apre (in questo caso con la collaborazione dell’altro socio dell’impresa), si fa una stima dei beni che occorrono per raggiungere l’importo autorizzato dal giudice, e poi o si portano via quei beni, o si lasciano lì e si mettono i sigilli, mentre l’ufficiale giudiziario verbalizza il tutto. Ora, nel nostro caso, l’ufficiale giudiziario ha subito stabilito che tutti i beni presenti nel negozio non arrivassero al valore da sequestrare, perciò ha fatto scattare all’Ivg decine di fotografie e poi ha fatto direttamente chiudere i cancelli, non prima di aver fatto trasportare all’interno (con un’operazione per cui sono stati necessari un carro attrezzi e un paio d’ore) un furgone che era parcheggiato fuori e di cui erano “sparite” le chiavi. Dell’altro furgone, invece, pare non ci sia proprio traccia.

Nel tempo necessario a eseguire il sequestro non meno di dieci persone sono passate a chiedere se il negozio fosse aperto, per farci acquisti. A qualcuno hanno risposto i lavoratori che attendevano fuori dal cancello: ci vuole uno sforzo per concepire la tristezza con cui persone che hanno lavorato lì per quindici anni dicevano ai clienti “il negozio è chiuso, non apre più“. Altri invece si fermavano direttamente a leggere l’avviso dell’avvenuto sequestro affisso dall’ufficiale giudiziario, per poi chiedere spiegazioni. Insomma, nonostante le difficoltà degli ultimi anni, Casaviva era un’attività molto conosciuta a Pavia.

Nel 2003, quando per un periodo la mia ragazza dell’epoca si era trasferita a casa mia e si era reso necessario isolare la mia zona notte da quella del mio coinquilino, fu a Casaviva che comprammo tutto il necessario per costruire un enorme paravento a tre ante, due metri di altezza per quattro e mezzo di larghezza. Sempre lì, negli anni del Collegio, avevo comprato albero e decorazioni per una magnifica festa di Natale a base di pandoro e mascarpone, con trenta persone nella mia enorme stanza affacciata su via Volta.

Anche l’occorrente per le scenette di San Pio proveniva spesso da Casaviva. Non sempre attraverso contratti a prestazioni corrispettive. In effetti, la prima volta che conobbi l’esistenza del negozio fu nell’aprile del 1999, quando un “anziano” ci portò me e un’altra matricola: un metro di catena (serviva per il costume fetish di uno degli attori) finì nei pantaloni del mio sventurato compagno. Me lo ricordo ancora che camminava rigido per non farla tintinnare…

Era già abbastanza triste assistere alla chiusura brutalmente materiale di un posto che ha rappresentato la vita di una decina di lavoratori, ma il ricordo di quel giorno in cui non avevo vent’anni (e neppure capelli bianchi!) è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e di nascosto, mentre giravo per il negozio combattendo la tentazione di portarmi via una manciata di viti autofilettanti, un paio di lacrime le ho versate anch’io.

Chissà, forse quell’innocente taccheggio di diciassette anni fa (comunque ormai è prescritto di sicuro) è stato l’inizio della fine per l’azienda. O più probabilmente è la storia che si ripete sempre due volte, ma eccezionalmente, in questo caso, prima come farsa e poi come tragedia.

Condividete se vi piace!

2 comments

  1. direi che puoi evitare di farti venire dei rimorsi, sai sicuramente meglio di me che ormai chiusure, fallimenti e trasferimenti non dipendono più dai bilanci più o meno in attivo o dalle prospettive ma da ragioni di carattere finanziario che nulla hanno a che vedere con l’andamento degli affari. Sono comunque d’accordo con te su farsa e tragedia: la farsa di ciò che raccontano coloro che chiudono le attività corrisponde alla tragedia di chi perde il proprio reddito e ha scarse o nulle prospettive di trovarne un altro

    corrado

  2. Mah, alle volte – non dico che sia questo il caso… – dietro queste situazioni stanno pure piccole o grandi truffe, specie quando parliamo di aziende medio-piccole.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.