Il terzo decreto

Il terzo decreto

Una delle grandi conquiste dello Statuto dei Lavoratori fu il diritto a essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o a quelle corrispondenti alla categoria superiore che abbia successivamente acquisito ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte, senza alcuna diminuzione della retribuzione“.

È forse per farci comprendere meglio l’importanza di questo principio che il governo ha deciso di eliminarlo brutalmente: si dice infatti che le cose si apprezzano di più quando ci vengono tolte. Il cardine della nuova disciplina delle mansioni, contenuta nel decreto approvato in via definitiva la scorsa settimana, è esattamente l’opposto: il datore di lavoro ha facoltà di modificare sempre e comunque le mansioni a parità di livello; può diminuire l’inquadramento di un livello in caso di ristrutturazioni aziendali (cioè sempre a piacimento) a parità di retribuzione; e può perfino decurtare la retribuzione sulla base di accordi individuali quando riesce a imporre al singolo lavoratore un accordo in tal senso. [E se il lavoratore rifiuta? Potrà sempre essere licenziato in cambio di un misero risarcimento, specialmente se si tratta di un assunto ‘a tutele crescenti’].

Modificare una mansione acquisita da anni è già di per sé, a prescindere dall’eventuale decurtazione dello stipendio, un formidabile strumento di pressione: significa dover cambiare ritmi, perdere una professionalità senza garanzia di acquisirne altre, e dunque perdere possibilità di avanzamento, etc.. Senza contare che attribuire al datore di lavoro questa facoltà illimitata equivale ad autorizzare la creazione di reparti ghetto, consentirgli di spostare un lavoratore che sia per qualsiasi ragione ‘scomodo’ nel reparto più disagiato, in modo da indurlo ad abbassare la cresta o magari ad andarsene per conto suo. Se pensiamo che l’arbitraria modifica delle mansioni costituisce uno degli indici del fantomatico mobbing, ci siamo capiti sulla portata della riforma.

Lo stesso decreto (di cui al momento è introvabile il testo definitivo, c’è solo il riassuntone sul sito del governo) contempla anche la riforma delle tipologie contrattuali. Come avevo scritto all’epoca della pubblicazione della bozza, pare proprio che la montagna abbia partorito il topolino. La sbandierata abolizione dei contratti a progetto ha tante deroghe quanti buchi un groviera (per restare in tema di topolini): “restano salve le collaborazioni regolamentate da accordi collettivi che prevedono discipline specifiche [e sono una buona parte, ad esempio nel settore delle telecomunicazioni] e pochi altri tipi di collaborazioni“, scrive Renzi, che per sembrare più credibile aggiunge che “comunque, a partire dal 1° gennaio 2016, ai rapporti di collaborazione personali che si concretizzino in prestazioni di lavoro continuative ed etero-organizzate dal datore di lavoro saranno applicate le norme del lavoro subordinato“. Cioè esattamente come è sempre stato, spiega la sorella di Grazia e Graziella. La vera notizia piuttosto è la sanatoria regalata a quegli imprenditori che vorranno stabilizzare i propri collaboratori a progetto (si fa per dire “stabilizzare”, col contratto a tutele crescenti), che potranno evitare qualsiasi fastidio per gli anni di sfruttamento precedente. È questo lo stratagemma per mettere a bilancio un fasullo aumento delle assunzioni e poter fingere che la riforma stia creando posti di lavoro stabili.

In realtà è il contrario: tutte le forme di precarietà un minimo utilizzate vengono confermate, dai contratti a termine e in somministrazione al lavoro a chiamata, dal lavoro occasionale pagato a gratta e vinci (i voucher) i cui limiti di impiego vengono considerevolmente ampliati fino all’apprendistato, per il quale è anzi previsto che vi possano accedere “anche gli studenti degli istituti scolastici statali per il conseguimento del diploma di istruzione secondaria superiore“, per una durata massima di quattro anni: la Buona Scuola si fa anche così, facendo lavorare sottocosto dei regazzini al posto di lavoratori qualificati, più costosi e magari pure sindacalizzati.

Infine, per i lavoratori part time, sembra di capire (i dettagli li scopriremo tra qualche giorno, quando il decreto sarà pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entrerà in vigore) che vengano reso più semplice al datore di lavoro pretendere ore di lavoro in più o di spostare l’orario di lavoro: come la novità sulle mansioni, ecco pronto un altro strumento per aumentare le pressioni su chi sta poco simpatico al padrone.

Se tutto questo vi pare poco, non temete: sono già pronte le bozze di altri quattro decreti. Ne parliamo nei prossimi giorni.

Condividete se vi piace!

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.