Pecore, lupi e cani da pastore

L’edizione americana di Rolling Stone ha definito American Snipertroppo stupido per darsi la pena di recensirlo”. Io non sono d’accordo: per quanto sia davvero un film straordinariamente stupido, vale comunque la pena di spenderci qualche parola.

Per sintetizzare il senso della pellicola tratta dall’autobiografia di Chris Kyle è sufficiente descriverne i primi 10 minuti. La storia comincia in medias res: la prima inquadratura ci mostra il cecchino su un tetto di una città irachena, pronto a far fuoco su chiunque minacci la sicurezza dei soldati americani impegnati nel rastrellamento. Ed ecco che una donna consegna a un bambino una granata destinata evidentemente ai marines. Il comando lascia al soldato tutta la responsabilità della scelta, e qui scatta il “dilemma”: sparare o no al piccolo kamikaze? Mentre Kyle porta il dito sul grilletto, visibilmente indeciso e tormentato, parte il flashback.

Il protagonista adesso è un bambino più o meno dell’età di quello iracheno, solo che invece di mettergli in mano una granata, il padre gli ha dato un fucile con cui uccidere non i marines, bensì la madre di Bambi. Altra sequenza dall’infanzia di Kyle: la famiglia è riunita a pranzo (a base di ragù di cervo?); il fratellino del protagonista è stato picchiato a scuola e il futuro cecchino ha menato a sua volta i suoi aggressori: scontata metafora della “guerra al terrore” che lo vedrà in prima linea anni dopo; il padre la spiega così: “ci sono i lupi cattivi, le pecore indifese e i cani da pastore che difendono le pecore; se mi cresci lupo ti ammazzo a cinghiate; in questa famiglia non alleviamo pecore: vedi un po’ tu che vuoi fare”.

Con vent’anni di anticipo, quel genio di Quentin Tarantino aveva messo in bocca a un suo personaggio un finto passo biblico che suonava quasi uguale. Ricordate? “Ezechiele 25, 17: Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti”, etc. etc.. Lì a un certo punto Samuel L. Jackson, nel ruolo del killer, si poneva il problema: siamo proprio sicuri che io sia il pastore? Non è che invece sono la tirannia degli uomini malvagi? Questo dubbio era uno dei motori della storia ed è una delle ragioni per cui Pulp Fiction è un film straordinario.

L’assenza di qualsiasi dubbio, invece, è il motivo principale per cui American Sniper è un film idiota. E torniamo al nostro cecchino. Il “dilemma” del bimbo iracheno è risolto nell’unico modo possibile (che poi, con quella granata in mano, sarebbe morto comunque: non era poi questa grande scelta). E dal finto problema morale procede tutto il resto del film. Con un nuovo flashback adesso ripercorriamo tutta la storia, dal momento in cui Kyle, impressionato per l’attacco alle Torri gemelle, ha deciso di arruolarsi nei Navy Seals, trasformandosi da texano super-sfigato a Leggenda – il sogno americano che Clint Eastwood celebra così spesso nei suoi film – fino al definitivo ritorno in patria e al suo difficile reinserimento nella società e nella famiglia.

Il protagonista si sacrifica per la patria, non esita mai, si dimostra un eroe perfino nella capacità di reinserirsi felicemente nella vita di tutti i giorni dopo l’incubo della guerra (Clint, ma non l’hai visto Rambo?). Un incubo che ha una spiegazione semplicissima: quelli sono cattivi e vanno uccisi, e chiunque abbia anche solo un’incertezza merita la sorte peggiore: è questo che spiega Kyle alla moglie di ritorno dal funerale di un commilitone che, poco prima di morire, aveva inviato alla famiglia una lettera carica di dubbi.

Altrettanto monolitico dell’eroe è il suo antagonista, che di fatto è l’intero popolo iracheno (ma probabilmente tutti gli arabi in generale). Non un fotogramma è speso anche solo per ipotizzare una qualsivoglia motivazione razionale sul perché gli iracheni combattano questa guerra: sono cattivi di natura, lupi da ammazzare a cinghiate.

I più malvagi di tutti, le due incarnazioni dell’antagonista, sono il Macellaio, un feroce e inutilmente crudele capo dei terroristi locali, e soprattutto Mustafa, un cecchino siriano ex campione olimpico di tiro. Mustafa sembra sia venuto in Iraq solo per dimostrare di essere il più bravo di tutti con il fucile, ammazza cristiani da un kilometro. Finché non arriva Kyle, che lo colpisce da due kilometri. Tiè.

Il Macellaio, invece, è un cattivo così privo di spessore e credibilità che infatti se lo sono inventati: leggo su Wikipedia che questo personaggio “non è mai esistito e Kyle non ne ha mai parlato nelle sue memorie. È stato inserito nella sceneggiatura a beneficio della trama del film”. Il che è tutto dire.

È stupefacente che un autore come Clint Eastwood abbia realizzato una pellicola così imbarazzantemente sciatta. E il fatto che il vecchio Clint sia notoriamente un conservatore non è una scusante, perché qui il problema non è tanto il messaggio (che comunque è raccapricciante), ma il modo completamente privo di problematicità con cui viene trasmesso: American Sniper non è un film, è un lunghissimo spottone dei Navy Seals.

Una pubblicità davvero poco convincente, a meno di non essere già convinti, perché neppure il più stronzo dei conservatori ignora, come invece sembra fare il regista, che intorno all’opportunità della guerra nel Golfo ci sia stato un dibattito dal 2001 a oggi.

Dio è con noi, perché anche lui odia i terroristi”, sembra dirci Clint Eastwood oggi. Mezzo secolo fa un suo personaggio gli avrebbe risposto che “no, Dio non è con noi, perché anche lui odia gli imbecilli”.

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