Non morti (buon Natale)

Non morti

Come sanno i miei amici, io sono un grande amante delle tradizioni, specialmente di quelle inventate da me: sì, il confine tra tradizione e tormentone è davvero sottile. Ecco quindi anche quest’anno il mio tradizionale tormentone natalizio (e sono cinque!): Carmilla mi ha fatto ancora una volta il grande regalo di pubblicarlo.

 

NON MORTI

La sirena mi trafigge il cervello, o quel che ne resta. Vedo la guardia avvicinarsi col bastone, fa segno di mettermi in fila con gli altri. Il primo istinto è addentarla, ma ormai abbiamo imparato che non serve a niente, si rischia solo di prendere botte. Non era così all’inizio: bastava un morsetto e quelli cadevano, strabuzzavano gli occhi, si dimenavano. E quando si rialzavano erano come noi. È così che in pochi giorni siamo diventati tanti, e saremmo cresciuti ancora.

Caracollando al meglio delle mie possibilità, raggiungo la fila che si dirige lentamente fuori dalla fabbrica. Ci chiamano tutti “G”, noi di questo turno. All’uscita incrociamo la colonna di “H” che comincia il lavoro, tra dodici ore toccherà agli “I”. Altre guardie ci aspettano e ci fanno salire su due grandi camion, uguali a quelli su cui ci hanno caricato quella mattina, dopo la pioggia appiccicosa, quando quelli hanno smesso di cadere e hanno cominciato a picchiare.

Partiamo. Dai buchi sul tetto del camion vedo quadretti di cielo. È buio, ma ultimamente ci sono tante luci, a volte si sente anche della musica. Non capisco quanto duri il viaggio, non abbiamo il senso del tempo noi, ma ci sono molte curve, e a ciascuna tutti oscilliamo a destra o a sinistra. Alla fine, come ogni giorno, il camion si ferma proprio davanti al recinto. La lettera G, colorata di rosso, campeggia in grande sul cancello: so che è proprio la lettera G perché è uguale al mio nome che mi hanno stampato sulla maglietta. La maglietta ce l’hanno data loro, non serve a coprirci né a scaldarci – non soffriamo il freddo, né la vergogna – ma solo a identificarci; era bianca all’inizio, ma adesso si è tutta imbrattata per l’unto delle macchine e del cibo e per la nostra stessa sporcizia: per fortuna non sentiamo nemmeno gli odori.

L’unica esigenza che abbiamo, in effetti, è mangiare. Per questo, quando scendiamo dal camion, lanciano a ognuno un pezzo di carne, cruda e sanguinante, prelevandolo da una grande cassa, all’entrata del recinto. Nemmeno questa volta riesco a prenderlo al volo: il brandello mi colpisce sul braccio proteso per afferrarlo e cade nel fango. Lo raccolgo e ci soffio sopra, per antica abitudine. Neppure gli altri hanno riflessi più pronti: il piazzale è un gran cozzare di teste nel tentativo di strapparsi a vicenda il pezzo di carne più grosso. Chi è riuscito ad afferrare il suo, comincia subito ad addentarlo, vorace: è dalla sera prima di questa che non tocchiamo cibo. Da quando ci costringono ad andare in quella fabbrica, infatti, non ne troviamo altro oltre a quello che ci danno loro, quando torniamo dal turno di lavoro. Nei primi giorni dopo la pioggia, qualcuno aveva provato a mangiarsi un compagno, ma si è capito presto che la nostra stessa carne non ci sfama, non vale la pena attaccarci a vicenda.

Il seguito potete leggerlo qui, oppure su Carmilla. Buon Natale!

Condividete se vi piace!

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.