Proposte indecenti

Una volta tanto, La Repubblica si rende utile pubblicando un dossier sulla flessibilità del lavoro nei Paesi OCSE: si nota come la rigidità delle tutele per i dipendenti a tempo indeterminato in Italia sia sotto la media OCSE e in particolare molto più bassa che in Francia, Spagna, Germania, Cina (!!) e parecchi altri Stati. In una scala da 0 (nessuna protezione) a 6 (massima protezione) siamo a 1,89, contro il 3,05 della Francia e il 2,12 della Germania. I dati sono aggiornati al 2008; non sorprendentemente, la serie storica mostra un crollo dell’indice (da 2,51 a 2,01 in un anno) in Italia in corrispondenza dell’entrata in vigore della “legge Treu” che ha introdotto i contratti a termine nel nostro ordinamento. I lavoratori a termine non sono computati nella statistica, che riguarda soltanto quelli a tempo indeterminato, ma è evidente che l’abbassamento della tutela per alcuni determina un abbassamento per tutti.

Proprio questa è la chiave di interpretazione da utilizzare nel valutare le proposte di riforma del lavoro di cui si discute in questi giorni. Su questo sito abbiamo analizzato in tempi non sospetti la proposta di Nerozzi di introdurre un Contratto Unico di Ingresso e quella di Ichino che in maniera ancor più drastica vorrebbe sostanzialmente abolire l’Articolo 18 dello Statuto. A proposito, il 6 dicembre 2010, circa quest’ultima proposta (in fondo al commento del secondo link), scrivevo: “un governo tecnico che succedesse a Berlusconi potrebbe approvare una riforma su queste linee in tempi brevi“. Profetico, vero?

Comunque, adesso diamo un occhio alla terza proposta di legge partorita dalle fila del PD: il DDL 2630 che porta la firma, tra gli altri, di Cesare Damiano (già Ministro del Lavoro nell’ultimo Governo Prodi) e contiene “Disposizioni per l’istituzione di un contratto unico di inserimento formativo e per il superamento del dualismo nel mercato del lavoro“.

Per superare il “dualismo nel mercato del lavoro” (ovviamente sempre il solito, tra fantomatici lavoratori iper-protetti e reali precari senza diritti) si propone l’istituzione di un Contratto Unico di Inserimento Formativo (CUIF) non dissimile dal CUI del disegno Nerozzi: in sede di prima assunzione, per un periodo compreso fra 6 mesi e 3 anni e definito, per ciascun settore, dalla contrattazione collettiva nazionale, il datore di lavoro assume il lavoratore a salario ridotto (non meno del 65%, bontà sua), con totale libertà di interrompere il rapporto quando gli pare salvo il preavviso (la “libertà” è reciproca – la sorella di Grazia e Graziella avrebbe qualcosa da dire in proposito). Dopo questo periodo “di abilitazione” può decidere se tenerlo e assumerlo a tempo indeterminato oppure sbarazzarsene definitivamente, sempre a costo zero. In pratica, è una colossale liberalizzazione del periodo di prova, quello durante il quale è possibile il licenziamento senza alcuna causa, con l’aggiunta di ridicoli obblighi formativi.

A compensare questa gigantesca fregatura, se non altro, “si prevede il superamento del contratto di lavoro a tempo determinato“. Non sarebbe male, se non fosse che non è vero. Infatti il contratto a termine rimane vivo e vegeto e vede addirittura estesa la sua previsione rispetto a oggi, dal momento che è possibile stipularlo, oltre che nei casi già consentiti, anche “quando l’assunzione ha luogo per l’esecuzione di un’opera o di un servizio aventi carattere straordinario od occasionale” (chi lo decide?) e soprattutto “nel caso di altre fattispecie non comprese nel presente articolo, attraverso la contrattazione collettiva nazionale o aziendale“. Sì, proprio la contrattazione aziendale che da qualche mese, grazie all’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 e all’art. 8 della manovra di agosto, può derogare in peggio la contrattazione nazionale.

Non spariscono neppure i contratti a progetto, ma soltanto istituti meno applicati come lavoro intermittente, lavoro ripartito, contratto di formazione e lavoro, apprendistato professionalizzante. Che per carità, è meglio che un calcio nei denti, ma non di molto.

E questo è quanto. Non fatevi prendere in giro: l’unico modo per superare il dualismo del mercato del lavoro che non sia una fregatura per tutti i lavoratori è estendere l’unica tutela davvero efficace, l’Articolo 18 dello Statuto. Ogni diminuzione delle tutele per qualcuno comporta automaticamente l’abbassamento per tutti.

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3 comments

  1. Sì, d’accordo per l’art.18, ma perché e come questo sarebbe “l’unico modo per superare il dualismo del mercato del lavoro”?
    L’art. 18, lo sappiamo entrambi, tutela solo i dipendenti, a tempo indeterminato, di un’azienda con più di 15 dipendenti.
    Ora, nell’ufficio dove lavoro io ci sono un totale di 55 persone impiegate (senza contare i commerciali, che sono a P.Iva)
    Di queste, solo 6 hanno un regolare contratto a tempo indeterminato e pieno.
    3 hanno un tempo indeterminato parziale.
    Tutti le altre hanno chi contratto co.co.pro, chi contratto a chiamata che viene rinnovato (da almeno 4 anni) ogni 3 mesi.
    Me lo spieghi come influisce l’art. 18?
    Zero, nada de nada.
    I dipendenti non sono 15, ufficialmente.
    Gli altri contratti rimangono co.co.pro? rinnovati ancora ogni 3 mesi? O a chiamata ma sempre come co.co.pro?
    A volte ho la pessima sensazione che – al di là dell’attenzione a tutelare i già tutelati – più in là non si voglia andare.
    E, come credo di aver già detto qui, con la fattiva collaborazione della Cgil, più volte da qualcuna di noi consultata, che non fa che respingere il problema come “Ma lì non si può fare niente perché li conosciamo, quelli cambiano nome alla società e non risolviamo niente e voi perdete anche quel poco”.
    Vero, che cambiano società.
    Ma qui pare che la legge sia uscita definitivamente dalla porta per non rientrare mai più.
    E l’unica cosa che muove interesse è ancora e sempre la difesa di chi ha già.
    E casi come quello dell’ufficio in cui lavoro io, nella zona industriale dove lavoro, ce ne sono parecchi.
    Quindi?
    Io dovrei andare in piazza per salvare l’art. 18 di chi ha già tutte le tutele ma chi ha quelle tutele dei precari se ne fotte?
    Sai che c’è?
    Andiamo in massa verso uno zero tutele per chiunque.
    Tutti precari e zero tutele per tutti.
    Bello, no?
    Chi si batte solo per salvare se stesso, non ha alcun diritto di chiedermi nulla.
    Almeno finché non è pronto a scendere in piazza per difendere anche i miei, di diritti.
    O si trova una mediazione fra questo vero dualismo, che definirei più correttamente separazione di classe, o non ne usciamo.

  2. Sinceramente non ho capito il senso di questo sfogo. Concludo il mio post scrivendo che l’unica soluzione per risolvere il “dualismo” nel mercato di lavoro sia estendere *a tutti i lavoratori* la tutela dell’Articolo 18. Intendo ovviamente proprio *a tutti* i lavoratori, a tempo indeterminato e precari.
    Penso che dedicherò un pezzo specificamente a spiegare meglio questa posizione, dal momento che evidentemente non l’ho chiarita a sufficienza fino ad ora.
    Va detto che già oggi perfino la famigerata “legge Biagi”, se venisse applicata correttamente, non consentirebbe che in minima parte il dilagare della precarietà. Uno dei problemi principali è che soltanto una piccolissima minoranza dei precari chiede il rispetto dei propri diritti (facendo causa all’azienda quando il contratto non viene rinnovato). Tra l’altro sono convinto che proprio questa sia l’azione più efficace che possono mettere in campo oggi i precari, anche collettivamente, per migliorare la loro condizione.
    Non è neppure vero che i lavoratori che godono dell’Art. 18 se ne freghino dei precari: questa è la propaganda che fanno gli Ichino della situazione proprio per creare quella “separazione di classe” di cui parli tu. Per citare soltanto un esempio tratto da un’esperienza che stiamo seguendo ultimamente, i lavoratori della Elnagh, di cui ho raccontato la vicenda, avevano ottenuto a livello di contratto aziendale la stabilizzazione automatica dei precari ingaggiati nel loro stabilimento. Non è affatto un caso isolato.
    Credo che tra gli obiettivi che si devono porre gli attivisti “di sinistra”, uno dei principali sia lottare contro la propaganda del “divide et impera” che fa soltanto il gioco del padronato e dei suoi sgherri.

  3. Mi scuso per lo “sfogo” al precedente commento. Letto e apprezzato il pezzo sull’art. 18, che condivido.
    Chiarisco però che non sono un’attivista di sinistra, portavo solo un esempio concreto (e personale) di come non sempre e non ovunque vi siano concrete possibilità di ottenere il rispetto dei propri diritti, con o senza art. 18.

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