Sul nuovo interessante articolo di M.B. su Kronstadt

Per quale motivo, si chiede qualcuno, un giornalino tendenzialmente ben fatto come Kronstadt si ostina a pubblicare articoli insulsi come la maggior parte di quelli scritti da Matteo Bertani? La ragione è semplice: fanno audience. Io ad esempio leggo Kronstadt ormai quasi esclusivamente per farmi due risate con la sua rubrica “L’Era del Diritto”. Del resto, è la stessa logica che spiega la presenza ormai quasi trentennale del Processo di Biscardi su svariate televisioni (ho letto questa mattina che è stato ingaggiato da Dahlia TV per l’imminente Processo ai Mondiali!). Quando Biscardi morirà, i giornali sportivi saranno pieni di ipocriti che diranno che “Ci lascia il geniale inventore di un modo nuovo di concepire il calcio”, o qualcosa del genere. Quando morirà Bertani – mi auguro il più tardi possibile, e comunque ben dopo Biscardi – io non sarò certamente tra coloro che ne canteranno le lodi come illuminato editorialista o mordace provocatore. Ammesso che io sia ancora vivo, naturalmente.

La sua ultima fatica si intitola “L’Era del Diritto & anche i Compagni Licenziano”. Il fatto, in sintesi, è il seguente: a seguito della profonda e ormai prolungata crisi che ha visto Rifondazione Comunista perdere moltissimi posti nelle istituzioni, e con essi i relativi finanziamenti, essendo ormai vuote le casse il partito è stato costretto a licenziare quaranta dipendenti. Queneau avrebbe potuto usare la notizia come base per degli altri Esercizi di Stile: Bertani fornisce lo stile “qualunquista”.

Ecco il suo commento, da cui trarrò alcuni stralci invitando comunque, a scanso di equivoci, a leggerlo nella sua interezza. Il lungo preambolo (circa metà dell’articolo) parte dalla considerazione che la sinistra italiana (“quella che si auto-definisce vera, dura e pura“) dopo essere sparita dal Parlamento italiano è sparita pure da quello europeo, nonostante (ma sembra di cogliere del sarcasmo) “l’alleanza involutiva che ha visto il Partito dei Comunisti Italiani allearsi con Rifondazione Comunista (ma allora che ca**o si erano separati a fare?)“.

Questo delle alleanze (o mancate alleanze) della sinistra italiana è un tormentone che sento da quando mi interesso di politica. Al di là delle mie personali opinioni in proposito, la faccenda è oggettivamente grottesca: parafrasando Antoine, se si scinde, le tirano le pietre; se si unisce, le tirano le pietre / qualunque cosa fa, dovunque se ne va, sempre pietre in faccia prenderà… Ma vabbè.

Nella terza colonna (su cinque) si entra nel vivo della questione: avendo perso i rimborsi elettorali (ma non solo – aggiungo – anche le quote versate dagli eletti nelle varie istituzioni) comporta una perdita di milioni di euro che non si può più coprire. “E così i dipendenti – già ripetiamolo: i dipendenti! – così detti funzionari di partito o, in senso weberiano, i politici di professione (non solo parlamentari, ma in questo caso anche segretari, sottosegretari, passando per tutti gli elementi del direttivo, fino ad arrivare ai responsabili locali), non hanno vita semplice. Messi ancora peggio sono i dipendenti delle loro testate giornalistiche di riferimento, come ad esempio l’Unità, Il Manifesto e il settimanale Liberazione“.

Sorvoliamo sulle castronerie che, oltre a far sorridere, dimostrano nient’altro che l’ignoranza del ciarlatano Bertani, che evidentemente non ha la più pallida idea di come funzioni un partito politico (“sottosegretari”??). Nulla di male in questo, per carità, ma mica gliel’ha ordinato il medico di scriverne (o forse sì, lo psichiatra magari). Le più grossolane riguardano le testate giornalistiche: l’Unità e il Manifesto non sono affatto testate di riferimento di Rifondazione né dei Comunisti Italiani. L’Unità, già organo dei DS, è legato al Partito Democratico; Il Manifesto è una cooperativa e non è legato ad alcun partito: per questo periodicamente chiede ai suoi lettori generose sottoscrizioni per non dover chiudere. Liberazione è il giornale di Rifondazione Comunista, e non è affatto un settimanale bensì un quotidiano.

Ma vabbè, sono dettagli.

Più stupefacente è lo stupore di Bertani di fronte alla necessità di Rifondazione Comunista, di fronte alla materiale mancanza di denaro, di ridurre il proprio apparato, non rinnovando contratti a termine, mettendo in cassa integrazione e licenziando una quarantina tra funzionari e tecnici – anche del giornale Liberazione: “Proprio loro, i secolari difensori dei diritti dei lavoratori, si accorgono di una realtà che hanno per troppo tempo pensato di poter celare gli occhi dell’elettorato, ancor prima che a loro stessi“. Quale realtà? Meno male che c’è l’eroico Bertani che ce la rivela: “Dopo aver contribuito alla costruzione di un mercato del lavoro immobile e stantio, caratterizzato da innumerevoli caste e corporazioni di privilegiati (dagli avvocati ai notai, passando per medici, giornalisti stessi, professori, insegnanti, ma anche tassisti e commercianti) e da inefficienti nullafacenti intoccabili (politici e dipendenti pubblici in prima fila), criticando l’operato della borghesia industriale, loro peggior nemico di sempre, eccoli confessare: ‘Dopo aver passato una vita a fendere i lavoratori dai licenziamenti mi sono trovato a dover sottoscrivere la drammatica necessità di 40 licenziamenti’ (Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista). Come se ‘gli altri’ avessero sempre licenziato con gioia migliaia di operai solo per gioco, con il cuore in pace e la coscienza pulita.

Mi scuso per la lunghezza della citazione, ma mi pareva necessaria. Per comprendere il “ragionamento”, occorre prima depurarlo dalle parti più farneticanti: davvero non c’è modo di comprendere il collegamento tra la sinistra (in Italia e altrove) e le “caste e corporazioni di privilegiati”. Che avrà mai fatto la sinistra per difendere avvocati, notai, medici, giornalisti, tassisti e commercianti? Che c’entrano poi costoro con “la borghesia industriale”? E se si lamenta (giustamente, in un certo senso) per l’esistenza della casta dei politici (“inefficienti nullafacenti intoccabili”) perché mai dovrebbe infastidirlo il licenziamento di una quarantina di funzionari di partito? Parafrasando il nostro, “semplice la risposta”: così semplice che la lascio a voi.

Fatta un po’ di pulizia, il succo sembra essere: “Ma come? Proprio quelli che si sono sempre riempiti la bocca contro i licenziamenti e per la stabilità del lavoro, favorendo così un mercato del lavoro ingessato e antiquato, adesso licenziano! E poi criticano i bravi imprenditori che pure loro, se lasciano a casa qualcuno, lo fanno perché sono costretti! Vergogna!”

Se è così (ma mi corregga Bertani se ho travisato il senso del suo discorso), è facile replicare. Tanto per cominciare, è proprio perché la lotta della sinistra per la stabilità del lavoro in questo momento è sconfitta, che gli stessi partiti di sinistra (che non esistono sulla Luna, ma in Italia nel 2010 e sono soggetti alle stesse regole del sistema che combattono, almeno finché non sono in grado di cambiarlo) sono costretti a ridurre il proprio personale. Questo nulla ha a che vedere con la bontà della lotta – su cui si può essere o meno d’accordo: in un giornalino non qualunquista mi aspetterei una certa uniformità di vedute sul punto, ma in fondo non sono affari miei.

Ma la differenza fondamentale tra i licenziamenti a cui è costretto un partito di sinistra e quelli decisi da un imprenditore è nello scopo, in parole povere su “chi ci guadagna”. Nel primo caso, non ci guadagna nessuno, né tantomeno i vertici del partito: è abbastanza significativo che il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero sia tornato al suo vecchio posto di lavoro (qui un’interessante intervista). Ferrero guadagna 3.000 euro lordi al mese: certo sta meglio della maggior parte delle persone, ma è molto meno di quanto ci si aspetterebbe, per il massimo dirigente di un partito. Soprattutto, è molto meno di quanto guadagna (a prescindere dalla dichiarazione dei redditi) quasi qualsiasi imprenditore, e senz’altro qualsiasi manager o direttore del personale, che si guarda bene, in periodi di crisi, dal ridurre il proprio stipendio. Perché infatti chi ci guadagna, quando un imprenditore licenzia un dipendente? Semplice, l’imprenditore: ecco la differenza.

Per cui sì, “continuiamo a sostenere la lotta dei buoni contro l’orco cattivo”: che, a scanso di equivoci, non è Bertani.

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13 Responses to Sul nuovo interessante articolo di M.B. su Kronstadt

  1. La cosa che mi ha più divertito perché rivela pressapochismo e ignoranza è quando parla dei “sottosegretari” comunisti. I sottosegretari sono una specie di viceministri. O Bertani non sa che c’è al governo Berlusconi oppure pensa che Rifondazione Comunista e il PdCI facciano parte della maggioranza di governo di centrodestra.
    Bravo Laser!

  2. Pietro Previtera

    Dato che a Parma sono nella segreteria, ma non sono il segretario, forse sono un sottosegretario?!
    Lo metto subito nel mio curriculum…

  3. Pie

    che poi, per dirla tutta, se avessimo avuto per davvero l’Unità, Il Manifesto e Liberazione, se ne avessimo chiuso uno non me la sarei mica menata…

  4. Matteo Bertani

    Ben ritrovati Avvocato!

    Faccio subito pubblica ammenda per gli errori che giustamente ha sottolineato.
    Alcuni un po’ esasperati, ma sicuramente tutti funzionali a mettere in luce il mio pressapochismo.
    Due parole nello specifico, accetterà per buono tutto spero, in virtù del fatto che non mi sottraggo alla pubblica berlina.
    – “Sottosegretari” è un lapsus, idiota quanto desidera, ma un lapsus. Intendevo “vice-segretari”
    – Che tra i citati solo “Liberazione” e “L’Unità” siano veri e proprio giornali di partito mi è noto, che “l’Unità” sia exex-PCI, ex-DS, ora PD (una sorta di prostituta editoriale) anche
    – La frase “dipendenti delle loro testate giornalistiche di riferimento” è, forse, infelice e maldestra, ma voleva essere intesa come “di riferimento per la sinistra”. E credo mi conceda il similsillogismo “la sinistra è in crisi= la sinistra perde voti=i giornali di sinistra perdono lettori=i giornali di sinistra sono in crisi”
    – Liberazione quotidiano sì, settimanale no è semplice: manco sommando tutti i circa 25mila lettori quotidiani per una settimana si possono giustificare gli oltre 4 milioni di euro di contributi pubblici che prende. Non ha colto? Poco acume 🙂
    Ovviamente scherzo: mea culpa ho già predisposto un letto di ceci per la nottata a venire.

    Entro minimamente nel merito della sua opinione, contestando solo che non può negare un “ritorno-guadagno” indiretto dal controllo di un giornale per il “politico-imprenditore” di turno.
    Siccome ne fa questioni puramente economiche, mentre io rimanevo su di un piano etico emotivo, giro a lei quesiti per maggiori delucidazioni.
    Liberazione è freepress, mi pare, ovviamente con partita iva. Fa profitti? A chi andrebbero? C’è un gruppo editoriale dietro?
    Grazie.

    Per il resto poco o niente da dire.
    Mi sembra di averle già esposto i caratteri generali del mio scrivere su K. Sono articoli di opinionismo spicciolo, spesso, non sempre, volutamente provocatori, che vorrebbero, come lei dice, catturare l’attenzione su di un fatto più o meno attuale, affinché il lettore ci costruisca la sua opinione.
    Sintetizzo con il mio motto giornalistico personale: “infiammare gli animi per smuovere le coscienze”.
    Se chi li legge fa due conti a mente il risultato è raggiunto. Che sposi la tesi o ne confuti l’essenza poco importa. L’importante è ragionarci. Se poi come nel suo caso ne scaturiscono altri caratteri spesi, migliori approfondimenti, altri potenziali lettori, sia della mia che della sua produzione, tanto tanto tanto meglio.
    Insomma: non se ne rende forse del tutto conto ma lei rappresenta perfetta l’incarnazione del mio ultimo obiettivo. E gliene sono sinceramente grato.

    Forse solo potrebbe evitarsi un po’ di maleducazione, per quanto tipica di certi ambienti che lei frequenta (visto come mi riesce bene scadere nel becero pregiudizio borghese?), ma spesso necessaria a celare opinioni poco strutturate e difendibili. Cosa che non la riguarda. Per cui, lo dico per lei, intimamente poco mi cambia, potrebbe proprio risparmiarsela.

    Last but not least le faccio solo notare che è leggermente fuorviante criticare solo gli articoli funzionali alla sua critica, evitando di far notare che, forse, alle volte, magari per caso o meglio per sbaglio, scrivo cose a lei più affini.
    Ad esempio ha iniziato la sua crociata contro “L’era del diritto & l’immane immonda immigrazione imminente” trascurando poi il seguito de “L’era del diritto & l’efficace neo colonialismo efficiente”.
    Come se certe cose non le avessi scritte mai…
    Un po’ strumentale, non trova?

    Ossequi

  5. Matteo Bertani

    irina –> Mi spiace per i suoi umori. Spero di non averle turbato troppi sogni. Stia comunque serenamente tranquilla: sono più bello di quello che scrivo e meno potente di quel che vorrei…

  6. Pingback: Kronstadt

  7. makka

    Stavo per accingermi a pubblicare un commento che affrontasse dettagliatamente quali sono state le mancanze di Kronstadt, quali i pregi e i difetti dell’intervento dell’avv. Laser, nell’ambito di questo (piccolo) episodio… poi mi sono reso conto che si tratterebbe di accessori superflui rispetto a quello che è, per me, il nocciolo della questione.

    Kronstadt è una piccola piccola rivista. Non fa opinione. Viene letta da un pubblico molto limitato e tendenzialmente ascrivibile all’elettorato di sinistra. Non penso ci siano molte persone disposte a lasciare che un articolo di questa rivista condizioni direttamente le loro opinioni. Insomma, parliamoci chiaramente, si tratta di una rivista tendenzialmente inoffensiva.
    Dati questi presupposti, i redattori di kronstadt ritengono di potersi spingere al di fuori del solco tracciato da chi è ”fedele alla linea” e di potersi permettere provocazioni che altrove, in giornali dotati di una diffusione e di un’autorità incomparabili a quelli del periodico in questione, potrebbero anche non essere tollerabili. Non sono nemmeno sicuro che il piccolo articolo di Bertani contenga tutto questo potenziale distruttivo a prescindere dal mezzo da cui viene veicolato, rimane il fatto che è apparso su Kronstadt, per cui potete/possiamo dormire sonni tranquilli! 😉
    Ciò che rimane ai redattori di Kronstadt, dato che non hanno l’autorità morale necessaria a condizionare direttamente le opinioni altrui, è quella di cercare di influenzarle in altri modi: informando e stimolando la riflessione.
    Le provocazioni di Bertani hanno esattamente questa seconda funzione. Possono risultare più o meno simpatiche, ma di fatto scatenano una valanga di reazioni che, dal mio punto di vista, sono positive e che considero un successo.
    L’unica cosa che non capisco è come mai Bertani, o Kronstadt, vengano trattati come ”nemici” quando stanno offrendo ad altre persone l’opportunità di dibattere, esprimere delle opinioni, argomentare, magari trovandosi pure servita su di un piatto d’argento la possibilità di smontare articoli ed argomentazioni volutamente espressi in termini netti e provocatori.
    Non dico che mi aspetterei un ringraziamento, ma almeno interventi che non scendessero inutilmente sul personale e si limitassero a confrontarsi con le tesi espresse negli articoli ed eventualmente proporne di migliori.

    Saluto comunque con affetto i più attenti lettori di Kronstadt che conosca! 😉

    Makka

  8. Ricky

    Vorrei dire anch’io la mia su questa storia, nella speranza di calmare tutte le visioni complottiste e guerrafondaie.

    Makka: <>

    Ci mancherebbe altro! Non mi sembra che si stia mettendo in discussione il diritto o meno di Kronstadt di poter scrivere di qualunque argomento la redazione decida di trattare. Fortunatamente, a questo livello di pubblicazioni la libertà di stampa è ancora abbastanza garantita, forse proprio per la sua limitata visibilità. E non riguarda nemmeno lo scrivere articoli che non siano “fedeli alla linea”: è ovvio, alle volte dispiace, specialmente se viene da Kronstadt, ma comunque, ripeto, non è nemmeno questo il punto.

    Bertani scrive: <>

    E’ proprio questo il punto! Caro Bertani, nella maggior parte dei casi – e in questo caso in special modo – non si trattava di un articolo spicciolo, provocatorio, con lo scopo di catturare l’attenzione del lettore. Se posso essere sincero a me è parso invece molto qualunquista e pressapochista, che più che dare modo al lettore di farsi una sua opinione, eri tu a fornirgliela, già impacchettata e pronta all’uso. Naturalmente sei liberissimo di farlo, ma non lamentarti poi se ricevi delle critiche, perché dal momento in cui ti esponi può succedere in ogni momento.

    Bertani scrive: <>

    E no eh! Troppo facile! Ma come: prima scrivi e poi ti scusi per gli errori fatti? voui scrivere di satira, di argomenti provocatori e non ti informi nemmeno di quello di cui tratti?
    Parliamoci chiaro: Rifondazione riceve critiche ogni giorno, e di tutti i tipi: l’articolo del Manifesto che si lamenta di quello che non va; l’articolo di Libero che la fa passare come una masnada di mangiabambini; lo spettacolo satirico eccetera eccetera eccetera, ma tutti – o quasi, forse Libero un po’ meno – lo fanno in modo intelligente, cosa che, purtroppo, non posso dire del tuo articolo. Il problema qui non è il fatto che, sinceramente, me ne importa anche poco, è proprio il modo.

    So che quello che ho detto sarà ovviamente frainteso, in quanto verrà visto come una difesa a spada tratta di un tesserato di Rifondazione, ma spero che le persone in buona fede lo possano leggere per quello che tenta di spiegare.

    Coridalmente.

    riccardo scanarotti

  9. Ricky

    Mea culpa

    Riprendo qui gli estratti:

    Makka scrive: i redattori di kronstadt ritengono di potersi spingere al di fuori del solco tracciato da chi è ”fedele alla linea” e di potersi permettere provocazioni che altrove, in giornali dotati di una diffusione e di un’autorità incomparabili a quelli del periodico in questione, potrebbero anche non essere tollerabili.

    Bertani scrive: Mi sembra di averle già esposto i caratteri generali del mio scrivere su K. Sono articoli di opinionismo spicciolo, spesso, non sempre, volutamente provocatori, che vorrebbero, come lei dice, catturare l’attenzione su di un fatto più o meno attuale, affinché il lettore ci costruisca la sua opinione.

    Bertani scrive: Faccio subito pubblica ammenda per gli errori che giustamente ha sottolineato.

    Sono messi nell’ordine in cui sarebbero dovuti comparire nel post precedente…

    sempre cordialmente

    riccardo

  10. Scusate la latitanza, sono stato via qualche giorno, privo di internet e con un po’ di pensieri. Vedo però che ve la siete cavata benissimo ugualmente senza di me… 😉

    Cominciamo dai quesiti di Matteo, che dimostrano ancora una volta – se mai se ne fosse avvertito il bisogno – quanto poco Bertani si curi di documentarsi su ciò di cui scrive.

    “Liberazione è free press, mi pare”. Ti pare sbagliato. Vai in edicola: costa un euro (ma ti sconsiglio di comprarlo). Esiste, da un paio d’anni, un’edizione serale gratuita di 4 facciate distribuita (poco) a Milano e Roma: forse hai confuso con quella.

    “Fa profitti?” No, fa milioni di euro di perdite (per la precisione, nel 2008 le perdite erano 3,7 milioni di euro, nel 2009 2 milioni), ripianati dal partito Rifondazione Comunista, proprietario al 100% (tramite una società intermedia: è obbligatorio per legge) e unico editore del giornale. Perché il giornale perde tanti soldi? Perché la sinistra è in crisi, certo, e perché francamente fa un po’ cagare come giornale (anche se è un po’ migliorato dopo la cacciata del pessimo direttore Sansonetti: uno che a te piacerebbe senz’altro).

    “A chi andrebbero [i profitti]? C’è un gruppo editoriale dietro?” Già risposto.

    Se vuoi un esempio di rapporto giornale-partito decisamente più malsano, ti posso citare il caso di Libero, registrato come organo del Movimento Monarchico Italiano, e come tale titolare di oltre 5 milioni di finanziamenti pubblici. Niente male, eh?

    Per il resto, trovo che l’argomento “gli articoli di Bertani sono una provocazione”, sollevato sia da Matteo che dal Makka, sia piuttosto pretestuoso. A me non pare affatto provocatorio, in Italia nel 2010, parlare male della sinistra e dei comunisti: lo sarebbe piuttosto il contrario! Questi articoli non infiammano nessun animo (nemmeno il mio, che piuttosto me la rido) e di certo non smuovono alcuna coscienza: semmai forniscono informazioni errate, sia pure in buona fede.

    Il fatto che “scatenano una valanga di reazioni”, ammesso che sia vero, non dimostra che siano provocatorie, né tantomeno opportune. Allora perché non scrivere a tutta pagina “VIVA HITLER” per stimolare un dibattito sul nazifascismo? (quella sì sarebbe una provocazione, almeno per ora!).
    Che poi a me le provocazioni piacciono un sacco. Anni fa, in occasione dello tsunami che uccise decine di migliaia di persone nell’Asia sud-orientale, scrissi per i Giovani Comunisti un volantino dal titolo “VIVA LO TSUNAMI”. Qual è la differenza rispetto all’ipotetico “VIVA HITLER”? Che sotto il titolo c’era una argomentazione ricca di dati su come effettivamente ci fosse chi dalla catastrofe, e dallo scarso investimento in tecnologia per la sua previsione, traeva lauti profitti. Qual è la differenza rispetto all’articolo di Bertani? Che le sue critiche vanno a colpire chi è già debole, per di più con argomenti infondati. Un po’ come per quell’articolo sull’immigrazione.

    L’altro argomento del Makka, per cui siccome Kronstadt ha pochi lettori si può permettere di scrivere cose “sbagliate”, tanto non influenzano nessuno, è ancora più insensato. Qual è lo scopo di pubblicare un giornale allora? “Informare e stimolare la riflessione”, risponde il Makka. Ma articoli come questo disinformano invece di informare, e così facendo viziano in partenza le riflessioni che dovrebbero stimolare.

    Quanto ai miei toni insolenti, non sono affatto espressione di inimicizia nei confronti di Bertani né di Kronstadt (e perché mai poi?), ma hanno ovviamente un intento provocatorio, e lo scopo semplicissimo di attirare l’attenzione. L’obiettivo è raggiunto e non mi sogno pertanto di modificarli.

    Last but not least: Matteo, hai ragione, me la prendo sempre soltanto con i tuoi articoli che non mi piacciono, tralasciando quelli che condivido di più.
    Ma non capisco dove sia la strumentalizzazione: il mio scopo non è certo quello di dare una rappresentazione “veritiera” delle tue opinioni e del tuo carattere (mica sto scrivendo la tua biografia!) ma solo quello di scrivere quel che mi pare e divertirmi. In fondo, questo è pur sempre il mio blog.
    Se proprio ci tieni alla mia approvazione, posso lasciare un biscotto a nome tuo al Bar Giardino ogni volta che scriverai un articolo che condivido. Ma quando scriverai articoli che non mi piacciono, aspettati oltre alla critica telematica anche uno spruzzo d’acqua sul muso! 😀

  11. Matteo Bertani

    X Riky
    Tutto tranquillo, solo non capisco perché tu dica:
    “E no eh! Troppo facile! Ma come: prima scrivi e poi ti scusi per gli errori fatti?”
    Non vedo il problema.
    Se faccio un errore, e mi viene giustamente fatto notare, per educazione scusarsi mi appare il minimo.
    Tra l’altro, vedendo che hai commentato senza citazioni per poi scrivere “mea culpa”, parafrasandoti potrei dire:
    “E no eh! Troppo facile! Ma come: prima non ti curi di pubblicare un post completo e poi ti scusi per gli errori fatti?” 🙂
    Quello che hai scritto non è stato frainteso, né considerato come una difesa a spada tratta di un tesserato, perché so che sei in buona fede tu stesso e in questo caso scrivi perché certe cose le senti.
    Ideologia del cuore…

    X l’Avvocato
    “Ti pare sbagliato. Vai in edicola: costa un euro (ma ti sconsiglio di comprarlo). Esiste, da un paio d’anni, un’edizione serale gratuita di 4 facciate distribuita (poco) a Milano e Roma: forse hai confuso con quella.”
    Bravo! E’ quello che ho visto qualche volta distribuire qui a Milano. Colgo la palla al balzo perché in quei casi mi sono detto:
    1) Cazzo son messi male se piuttosto che farlo leggere lo regalano!
    oppure
    2) Cazzo guadagnano un sacco in pubblicità se possono permettersi di regalarlo!
    peggio
    3) Cazzo hanno imparato da Libero, regalano le copie per gonfiare la tiratura e chiedere i contributi pubblici!

    Per il resto “fine”.
    Cercherò di essere più provocatorio per avvicinarmi allo splendore dell’Avvocato e permetterci di continuare a divertirci. Tutti…

    MB

  12. A mio avviso vero per quello che riguarda Biscardi: trasmissioni del genere sono la causa e l’effeto del punto a cui è giunto il calcio italiano e non solo… La vecchia Domenica Sportva, quella era degna trasmissione…

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