Fuga da Alpinia

Lo scorso weekend mi sono imbattuto, quasi per caso, nel Raduno degli Alpini nella mia città natale, Bergamo. Nonostante il contatto sia stato brevissimo, mi ha lasciato traumatizzato. Il trauma ha partorito questo racconto:


FUGA DA ALPINIA??

Il Raduno Nazionale degli Alpini è terminato da tre giorni, ma gli Alpini sono rimasti tutti. E non hanno alcuna intenzione di andarsene. Bergamo è a tutti gli effetti una città occupata da un esercito di cinquecentomila invasori, alcuni con mogli e figli al seguito. Altre mogli e altri figli continuano ad affluire ininterrottamente da tutto il Nord Italia.

Sulle prime, la permanenza dei reduci è sembrata un fatto casuale, come un terremoto o un’altra calamità naturale, che capita quando capita senza un perché, e allo stesso modo finisce. Del resto, come si poteva immaginare che potesse esservi un qualsiasi tipo di disegno intelligente in quel fiume di persone ammassate in tendopoli improvvisate, gonfie di vinaccio e dedite a nient’altro che canti e schiamazzi?

C’era chi aveva cominciato a sospettare qualcosa quando la domenica, terzo e ultimo giorno del raduno, un tricolore con una lunga penna nera era stato issato tra gli applausi al posto di quello tradizionale, in cima al Municipio. Ai più, tra gli spettatori autoctoni, era sembrata una simpatica goliardata. Ma erano assai pochi, del resto, i bergamaschi che si avventuravano fuori da casa in quel fine settimana. Chi poteva era partito prima, nella speranza di trovare altrove la quiete che in città, quel weekend, era negata.

Ma adesso costoro sono di fatto degli esuli, impossibilitati a tornare a casa dai posti di blocco che gli Alpini hanno subito piazzato in tutte le vie d’accesso alla città fin dalla notte di domenica: per entrare bisogna dimostrare di avere un parente Alpino, oppure arrivare a dorso di mulo o con una camionetta militare rigorosamente d’epoca.

Il primo giorno di occupazione gli Alpini si sono impadroniti di tutti gli edifici e gli uffici pubblici. L’intera Giunta, che solo poche ore prima dal palco delle autorità aveva reso omaggio a quell’esercito ora nemico, è stata condotta in ceppi, nonostante le veementi proteste degli assessori leghisti. Gli impiegati che si recavano al lavoro sono stati rimandati a casa e rimpiazzati da uomini in divisa. Le scuole sono state chiuse – forse una mossa per ingraziarsi il movimento studentesco indigeno. Tutti i voli da e per l’aeroporto di Orio al Serio sono stati cancellati.

Alla sera, con un annuncio a reti unificate (Bergamo TV, Videobergamo e TV Orobica) il Generale degli Alpini ha proclamato la nascita della Repubblica di Alpinia, composta dal territorio dal Comune di Bergamo ed estesa a Nord-Ovest fino a Villa d’Almè, a Sud-Ovest fino a Dalmine, a Est fino a Cenate Sotto e San Paolo d’Argon. La bandiera della neonata Repubblica (un tricolore con una lunga penna nera al centro) è stata intanto esposta tutt’intorno ai bastioni di Città Alta e issata sul pennone nel cortile del vecchio Liceo Classico, da dove è visibile in tutta la città.

È stata una notte drammatica. Centinaia di famiglie, con anziani e bambini, cercavano scampo oltre confine, soprattutto verso Ponte San Pietro e Alzano Lombardo, dove la frontiera era meno sorvegliata. Gruppi di nativi si sono riuniti spontaneamente nelle piazze per protestare e opporre resistenza, ma sono subito stati caricati e dispersi dai reparti pennuti. È cominciata una vera e propria caccia all’uomo. In tutte le piazze e le vie principali sono stati accesi fuochi per impedire ai fuggiaschi di approfittare dell’oscurità, e per fare il vin brulé. A decine sono stati malmenati e arrestati, finché il vin brulé ha cominciato a fare effetto e la capacità di concentrazione degli Alpini è venuta meno. Con l’ebbrezza, è iniziato però il caos vero e proprio. Per tutta la notte in centinaia di migliaia, ubriachi, hanno girato in branchi incontrollati per la città cantando Vecchio scarpone, ribaltato automobili, dato fuoco a cassonetti (avevano finito il vin brulé), orinato e vomitato – non di rado le due cose insieme – nelle fontane e sui portoni delle abitazioni.

La mattina seguente, alle prime luci dell’alba, squadre di giovani reclute, a stento trattenute dagli ufficiali dal partecipare alla baldoria notturna, sono state spedite a riordinare, spegnere fuochi, asciugare e pulire: alle otto del mattino la città splendeva come una capitale appena fondata.

E come in una capitale appena fondata, sono cominciati ben presto a giungere messaggi dalle altre nazioni. Il primo a riconoscere Alpinia è stato il Vaticano, dietro l’impegno della nuova compagine a garantire la neutralità del territorio di Sotto il Monte, paese natale di Papa Giovanni XXIII, in caso di ulteriore espansione a Ovest. A ruota la Russia in segno di distensione dopo i fatti del 1943, la Repubblica San Marino a completare il terzetto di enclave nel territorio italiano, il Lesotho per l’analoga situazione in Sudafrica. Per l’ora di pranzo circa metà del planisfero ha riconosciuto la Repubblica di Alpinia.

Più complessa è stata la trattativa con la Repubblica Italiana. Da un lato, la Lega premeva perché il riconoscimento del nuovo stato avvenisse al più presto: Umberto Bossi ha rilasciato dichiarazioni di appoggio incondizionato al nuovo Stato, “modello della Padania che verrà”; dal canto suo, lo stato maggiore alpino ha rimarcato con un comunicato ufficiale il proprio distacco dalla Lega Nord, i cui dirigenti “si riempiono la bocca di parole, ma in vent’anni non hanno concluso un tubo”. Dicono che Umberto Bossi ci sia rimasto male. D’altra parte, l’Italia era restia a rinunciare a cuor leggero alla propria sovranità su un territorio fiorente e ricco. In tarda serata il compromesso: in cambio del riconoscimento, Alpinia ha liberato i componenti della Giunta in ostaggio, e soprattutto concesso allo Stato italiano condizioni di particolare favore per l’acquisto dell’acciaio prodotto dalla Dalmine. Inoltre, gli Alpini si sono impegnati a fornire gratuitamente consulenza militare e aiuto nell’addestramento del nuovissimo reparto dell’esercito italiano: gli Appennini. Per la mezzanotte, Alpinia è stata riconosciuta ufficialmente da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea.

Ieri, terzo giorno, schiacciate tutte le residue sacche di aperta resistenza interna, in tutto il territorio occupato regnava il nuovo ordine alpino. In tutti gli uffici, le fabbriche, i supermercati e i negozi l’intero personale era sostituito dalle lunghe penne nere. In tutte le aiuole della città squadre di giardinieri in divisa d’ordinanza piantavano stelle alpine, mentre altoparlanti installati un po’ ovunque diffondevano le note di Quel mazzolin di fiori. La squadra di calcio locale è stata ribattezzata Atalanta Alpina ed è stata richiesta l’affiliazione all’UEFA, perché possa partecipare ai prossimi Europei.

Gli indigeni rimasti, terrorizzati, si barricavano nelle case. Tentare la fuga era rischioso, ma altrettanto rischioso era restare, senza certezza su come procurarsi il cibo il giorno dopo. Nulla sembrava poter minare la saldezza del nuovo regime.

Ma oggi, nel quarto giorno dall’inizio dell’occupazione, comincia a spargersi la voce che nel castello di Malpaga, pochi chilometri a Sud dei confini di Alpinia nel territorio di Cavernago, un pugno di uomini risoluti, parte fuggiaschi da Bergamo, parte esuli impossibilitati a tornare, non si vogliono arrendere. Tengono i contatti con chi è rimasto in città, preparano per il prossimo futuro azioni di sabotaggio e resistenza, sono pronti a girare l’Italia per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sulle crudeltà degli Alpini. Trasmettono su una frequenza radiofonica criptata: Radio Bergamo Libera, dalla quale infondono coraggio e speranza.

Radio Bergamo Libera interrompe adesso le trasmissioni, le riprenderà domani mattina non appena sarà possibile. Io sono Giò Conno: se mi state ascoltando, siete della Resistenza.

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