L’uomo che fissa le capre

Quando l’avevo visto al cinema, lo scorso dicembre, L’uomo che fissa le capre mi aveva lasciato l’impressione di un film intelligentemente demenziale, ma vagamente sconclusionato. Abbagliato anche dalla favolosa recitazione di attori del calibro di Jeff Bridges, George Clooney, Kevin Spacey e Ewan McGregor, non ero riuscito allora a mettere a fuoco quale fosse il punto della storia, al di là delle situazioni surreali, delle citazioni da Guerre Stellari e del messaggio flower power.

Così ho deciso di leggere il libro del giornalista britannico Jon Ronson, da cui il film è tratto, e adesso ho capito. Tutto sta nella primissima frase: “Questa è una storia vera“.

L’uomo che fissa le capre (Einaudi, il prezzo non lo so perché me l’ha regalato Pietro) è un’inchiesta documentatissima sull’utilizzo di tecniche “psichiche” nell’esercito americano e, allo stesso tempo, il racconto dell’inchiesta stessa. L’umorismo è inevitabile – ma molto ben dosato – in una storia che descrive i tentativi ridicoli di mescolare pratiche New Age con le tecniche di combattimento, nelle interviste a ufficiali in congedo che ci credevano davvero, e che hanno trovato di volta in volta sponda (e finanziamenti) ai piani alti della gerarchia militare.

Ma sotto una superficie folkloristica c’è molto di più. C’è la storia di come alcune delle idee più strampalate siano state sperimentate, e siano utilizzate oggi nel condurre la “Guerra al Terrore”. Potrebbe sembrare, a prima vista, la solita teoria del complotto, con la CIA cattiva che cerca di controllare il pensiero dei buoni cittadini con metodi complicatissimi e segreti. Ma non è così, anzi: l’autore qui è totalmente scettico, non cerca affatto di spacciare per vero che questi metodi possano funzionare. Ma è già sufficientemente incredibile che ci abbiano provato.

Scrive Jon Ronson: “Secondo me, credere che un governo bombardasse i propri cittadini con suoni subliminali e ne alterasse a distanza gli stati d’animo equivaleva a credere che ci fossero degli Ufo nascosti negli hangar militari, e che i capi delle principali nazioni della Terra fossero in realtà dei lucertoloni a dodici zampe“.

Questo non vuol dire però che qualcuno, anche ai vertici delle istituzioni militari, non ci abbia creduto: dei pazzi, certamente. Ma dei pazzi con un sacco di soldi e la possibilità di fare quel che gli girava: “Occorre ricordare che i pazzi non vengono sempre allo scoperto. A volte restano ben nascosti all’interno delle strutture. Neanche il più fantasioso teorico della cospirazione avrebbe mai pensato di inventarsi una squadra specializzata di soldati delle Forze speciali e alti papaveri dell’esercito che si esercitasse segretamente a passare attraverso i muri e uccidere le capre con lo sguardo“.

Tra questi pazzi, il più notabile è senz’altro il colonnello Jim Channon, autore del Manuale Primo Battaglione Terra, contenente le linee guida per una rifondazione dell’esercito americano su basi New Age. Una follia, senza dubbio. Ma una follia tutt’altro che priva di effetti reali: nel capitolo Il lato oscuro Jon Ronson produce le testimonianze secondo cui le torture del carcere di Abu Ghraib (quello della soldatessa americana Lynddie England fotografata mentre porta in giro al guinzaglio dei prigionieri iracheni) non fossero che applicazioni di teorie originate da quel manuale, naturalmente distorte.

In conclusione, spiega Ronson, “Io credo che l’argomento principale di questo libro sia il mutare delle relazioni fra le idee di Jim Channon e le forze armate nel loro complesso.

Forse le cose sono andate così: alla fine degli anni Settanta, reduce dal trauma subito in Vietnam, Jim ha cercato conforto nel movimento per lo sviluppo del potenziale umano che stava nascendo in California. Poi ha riproposto le sue idee negli ambienti militari, e ha trovato rispondenza in qualche pezzo grosso che non si era mai considerato un seguace dei gruppi New Age, ma che in quel clima di depressione post-Vietnam era disposto ad accettare qualsiasi cosa.

Nei decenni successivi l’esercito, che in quanto esercito potrà anche perdere il pelo ma di certo non il vizio, ha riacquistato vigore: allora si è reso conto che alcune delle idee contenute nel Manuale di Jim potevano essere utilizzate per fare a pezzi la gente, invece che per farla sentire meglio. Sono idee che sopravvivono ancor oggi, ai tempi della guerra al Terrore.

Non conosco le idee politiche di Jon Ronson (ma di certo mi procurerò gli altri suoi libri). A occhio e croce credo sia un progressista, non penso sia un socialista rivoluzionario. Quel che ho trovato agghiacciante nel suo racconto – e penso che in fondo questo fosse l’obiettivo della sua inchiesta – è l’idea di totale disinteresse per la vita umana da parte dell’esercito, e quindi del Governo americano, che traspare un po’ da ogni pagina.

Non è soltanto questo o quell’episodio, è proprio la sistematicità con cui gli uomini – perfino gli stessi ufficiali! – vengono descritti come cavie di esperimenti approssimativi e potenzialmente letali, condotti allo scopo di riprodurre le tecniche più “efficaci” nell’uso quotidiano della guerra. Né più né meno degli esperimenti di Mengele nei campi nazisti.

E forse più agghiacciante di tutto è il modo in cui questo comportamento è nascosto non tanto con il segreto, quanto con la normalizzazione e l’assuefazione. La maggior parte dei dati e dei documenti citati da Ronson si trovano facilmente su internet. Uno penserebbe che sapere come operano l’esercito e i servizi dovrebbe essere sufficiente a scatenare una rivoluzione, ma non è così: “Fanno credere alla gente di sapere cose che non sa, alimentano una sottospecie di disincanto, un cinismo di superficie che in realtà è soltanto un sottile strato di copertura, sotto il quale la gente non è affatto cinica. Non è che la gente non si interessi: è che si interessa nella maniera sbagliata” – spiega l’intervistato Eric Olson in un passo.

Molto più di documentari cospirazionisti tipo Zeitgeist, libri come questo servono a levare il disincanto e ad aprire gli occhi: leggetelo.

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